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Non è una novità!

Terminate le sedute estive di Gran Consiglio e Camere federali, la politica è entrata nel tradizionale letargo estivo. L’estate, forse anche a causa della canicola che manda in tilt le idee a taluni, è spesso contraddistinta da notizie fantasiose piuttosto che da vere e proprie boutade. Il Sommerloch estivo, come lo definiscono i colleghi d’oltralpe, è piuttosto facile da colmare. I giornalisti sono a caccia di notizie per riempire le pagine o per sviluppare servizi, mentre la politica viepiù si adatta alla situazione nutrendo letteralmente gli affamati redattori. Le cose serie passano in secondo piano. Si chiedono misure urgenti per risolvere nell’immaginario popolare problemi complessi sui quali si discute da anni. Oppure si presentano grandi strategie che poi con il ritorno dell’attività quotidiana finiscono nel cassetto in attesa dell’estate seguente.


È in quest’ottica che mi permetto sottolineare come purtroppo un fatto della passata settimana rischi di risultare una “semplice” notizia, piuttosto che essere evidenziato come un evento significativo ed eccezionale per il nostro Cantone. A conferma che il Ticino è Cantone d’eccellenza in vari settori, ma, per volontà dei ticinesi medesimi e di taluni politici, non vuole ammetterlo. Anzi, fa di tutto per presentarsi perdente e incapace.


TIsat-1, primo satellite ticinese realizzato dalla SUPSI, è stato lanciato in orbita con successo. Si tratta di un grande progetto. La SUPSI si conferma scuola d’eccellenza a livello europeo, capace di realizzare progetti di rilevanza internazionale facendo affidamento su cervelli locali. Sappiamo tutti che non è un fenomeno circoscritto o un’eccezione. In vari ambiti il Ticino sa essere innovativo, producendo eccellenza, sviluppando innovazione e valore aggiunto: nella ricerca medica, nell’industria, nei servizi terziari, nella formazione. Il “piccolo” e discosto Ticino è territorio dinamico e innovativo, a tutto beneficio dell’intera comunità. Astraendo dal singolo progetto, questa realtà è diffusa a numerosi altri contesti. Siamo un Cantone vincente, che necessita maggiore fiducia nei propri mezzi. Malgrado il momento di difficoltà socioeconomica non ancora concluso, gli indicatori economici mostrano una realtà positiva con problemi risolvibili e gestibili. Guardando oggettivamente alla situazione attuale, senza fare demagogia o cadere nel populismo dei facili slogan, dobbiamo occuparci di chi si trova senza un’occupazione e delle aziende che stanno attraversando ancora momenti di difficoltà. In un contesto di mobilità difficile dobbiamo realizzare i progetti necessari a sciogliere i nodi e a proteggere il nostro ambiente. Dobbiamo intraprendere tutte le misure possibili per garantire sicurezza alla comunità e dobbiamo disegnare il Ticino di domani che offre condizioni quadro eccellenti. Ma purtroppo a molti piace, e certamente fa comodo, tingere tutto di nero. Sapere che il Ticino si afferma a livello internazionale non è rilevante. Basta tacere i successi e continuare, enfatizzando tutto, a presentare quanto non funziona; per altro senza proposte di soluzione. Senza nessuna volontà di crescere e lavorare seriamente. Ogni tanto dobbiamo anche però ricordarci della qualità di vita che offre il nostro Paese. E a chi fa finta di non accorgersene, a chi dipinge di solo nero il Ticino e la Svizzera, propongo volentieri di prolungare il soggiorno nei tradizionali Paesi che ci ospitano per le ferie estive. Buona estate!

 

Marco Romano, segretario cantonale e direttore Popolo e Libertà

Per un Consiglio federale forte

Sulle colonne de La Regione, sempre meno disponibile a presentare l’operato reale, serio e attento del nostro Partito, negli scorsi giorni è stato pubblicato un maligno commento dell’UDC in merito al dibattito in corso sulla riforma del Consiglio federale.
Questa settimana, una delegazione del Gruppo PPD alle Camere federali ha presentato alcune proposte per migliorare l’agire del Governo federale, che ultimamente ha evidenziato forti carenze di strategia ed efficacia. Le proposte del PPD - ancora tutte da discutere soprattutto al nostro interno - prevedono un rafforzamento a breve termine della Presidenza  del Consiglio federale (la Presidenza di Doris Leuthard docet!), con maggiori poteri organizzativi e decisionali. A lunga scadenza si potrebbe poi valutare una riduzione a cinque del numero dei membri con l’obiettivo di migliorare l’azione strategica.
Questo passo dovrà per forza essere accompagnato da un aumento del numero di segretari di Stato, che sostituirebbero i consiglieri federali nella gestione corrente dei Dipartimenti, nelle sedute delle commissioni e in Parlamento. Con questa nuova struttura, i consiglieri federali non sarebbero più a capo dei Dipartimenti e il Consiglio federale potrebbe quindi in prima linea, e senza impegni amministrativi di gestione dipartimentale, occuparsi della guida strategica e delle decisioni di Stato. I segretari di Stato dovranno essere direttamente subordinati all'Esecutivo e democraticamente confermati dal Parlamento.
A detta dell’UDC ticinese, con il pieno e fazioso supporto del foglio radico-socialista e con il chiaro intento di discreditarci (che novità!), il PPD nazionale non terrebbe conto della proposta dei ticinesi e del PPD ticinese di portare a nove il numero di consiglieri federali. Proposta presentata - va ricordato - con l’obiettivo di avere una continua rappresentanza della Svizzera italiana nel Governo federale. La discussione sul numero di ministri non è tuttavia centrale per la risoluzione del vero “handicap” del nostro Governo. Per poter essere strategici e efficaci, i consiglieri federali devono essere sgravati degli impegni amministrativi e gestionali interni ai Dipartimenti.


Spero che gli attenti lettori abbiano compreso come le due tematiche siano tanto diverse quanto facilmente unibili da quanti vogliono screditare chi lavora e propone progetti di riforma, piuttosto che continuare a criticare, promettere e banalizzare. La risoluzione del PPD ticinese per un Consiglio federale a nove, sostenuta coralmente da tutte le forze politiche cantonali, esula dalle proposte dell’altro ieri, resta sul tavolo e sarà oggetto di discussione nell’ambito del progetto di rafforzamento del Consiglio federale che proprio il Governo presenterà in autunno.


Il PPD propone misure realizzabili per un Governo federale forte e in grado di rispondere ai propri impegni, magari con un valido ticinese al suo interno. All’UDC e a La Regione interessa mostrare nuovamente un Ticino disunito che si perde in diatribe di politichetta. Se queste sono le discussioni politiche cantonali, resteremo ancora per decenni a guardare! Ritenendo quale obiettivo prioritario la presenza costante di un ticinese nel Governo federale, bisognerà impegnarsi tutti insieme, senza sterili divisioni cantonali. Poco importa se il collegio sarà composto da sette, cinque o nove membri. E se anche il Consiglio federale dovesse in futuro essere a cinque, spero che il Ticino sappia cogliere la sfida, proponendo candidati vincenti, che possano beneficiare sia del sostegno, sia dell’autorevolezza necessari per riuscire ad essere eletti.

 

Marco Romano, segretario cantonale e direttore Popolo e Libertà
 

Formazione in carcere: la libertà e la speranza


Lunedì scorso ho partecipato alla cerimonia di consegna ai detenuti della Stampa dei diplomi di formazione da loro ottenuti nel corso dell’ultimo periodo scolastico. Da alcuni anni la divisione della formazione professionale, con un progetto denominato “In Oltre”, realizzato dal Dipartimento delle Istituzioni e dal DECS, offre ai detenuti la possibilità di seguire corsi di formazione di cultura generale, di lingue, di espressione artistica, di informatica, ecc. Nell’ambito del progetto vengono inoltre proposte, a scadenza regolare, conferenze su temi disparati, tenute da personalità particolarmente competenti.
Sia i corsi di formazione (che hanno carattere obbligatorio per i minorenni), che le conferenze sono molto frequentati (grazie, non da ultimo, a un gruppo di docenti e relatori particolarmente motivati).


Va ancora detto che il progetto in questione fa del Ticino un Cantone in prima linea nell’offrire ai detenuti un’occasione di formazione. Siamo partiti prima degli altri e siamo oggi in grado di garantire, malgrado lo svantaggio di non poter sempre cooperare con altri Cantoni a causa delle barriere geografiche e linguistiche, prestazioni di notevole qualità.


Fin qui la notizia, secondo me molto positiva. Sono consapevole tuttavia che non mancherà chi si chiederà se ancora una volta non stiamo usando troppa attenzione e generosità nei confronti di chi, condannato per le sue colpe, è finito in carcere.


Io penso che l’offerta di formazione ai detenuti non è un premio, ma un investimento importante per diminuire le possibilità di recidiva. Un detenuto formato (e in carcere è data anche la possibilità, limitatamente a alcune professioni, di seguire un apprendistato e di conseguire un certificato professionale) ha maggiori possibilità di trovare un lavoro, e quindi di superare lo stato di precariato economico cui spesso è confrontato chi commette dei reati.
Quando don Lorenzo Milani diede vita, sessant’anni fa, alla formidabile esperienza pedagogica della cosiddetta “scuola di Barbiana” (un paesino sui monti della Toscana, i cui ragazzi non avevano accesso agli studi), lo fece nel segno di una convinzione semplice ma forte: far capire che chi sa cinquecento parole esercita sempre il comando su chi ne sa solo trecento. “Io sono sicuro - scriveva in una lettera indirizzata ad un direttore di giornale nel 1956 - che la differenza fra il mio figliolo e il vostro non è nella quantità né nella qualità del tesoro chiuso dentro la mente e il cuore, ma in qualcosa che è sulla soglia fra il dentro e il fuori, anzi è la soglia stessa: la parola… Ciò che manca ai miei ragazzi è dunque solo questo: il dominio sulla parola. Sulla parola altrui per afferrarne l’intima essenza e i confini precisi, sulla propria perché esprima senza sforzo e senza tradimenti le infinite ricchezze che la mente racchiude”. La conoscenza e l’acquisizione culturale che ne deriva sono quindi la via maestra che conduce al riscatto, alla parità e, in termini non diversi, alla “libertà”. La libertà di sapersi confrontare in maniera nuova con la società, di saper - nella fattispecie - dialogare alla pari con chi attende fuori dal carcere, di saper ricostruire il proprio futuro con la dignità d’essere capaci di “parlare” e d’essere ascoltati, rinunciando al linguaggio della violenza e della prevaricazione. D’altra parte non è forse questo uno degli scopi, degli obiettivi prioritari, che la nostra comunità civile affida alle strutture penitenziarie? 


Ma la dimensione positiva dell’iniziativa può essere vista anche da un altro punto di vista, forse più semplice e diretto, e che è stato sottolineato in modo chiaro e con poche parole dall’artista Dimitri sul giornale della scuola “In Oltre” (Dimitri è stato uno dei relatori invitati a parlare in carcere della sua vita): che senso ha parlare delle radici cristiane della nostra società se poi non siamo capaci, pensando a chi ha sbagliato, di esprimere perdono e sentimenti di speranza?

 

Luigi Pedrazzini, consigliere di Stato

La Svizzera: un modello vincente

La Svizzera è un modello vincente, un Paese attrattivo e di successo. Non si tratta di una tesi o di uno slogan, ma di una realtà confermata da dati statistici, confronti internazionali e studi specifici. Si è costruito il presente su valori forti quali la responsabilità, il rispetto e la libertà, che sono oggi radicati nel vivere quotidiano di migliaia di cittadini. Non possiamo tuttavia chiudere gli occhi davanti ai problemi di questi anni, li conosciamo, e siamo quindi preoccupati per la violenza giovanile, la crescita incontrollata dei costi della salute, i salari milionari dei top manager, la perdita di “peso specifico” nei rapporti internazionali, la disoccupazione di lungo corso e quella giovanile. Ma attenzione, questi sono i problemi di un Paese che sta bene, un Paese affermato che ha avuto successo e che oggi vuole continuare a crescere. Si tratta di problematiche complesse, spesso gli attori in gioco sono numerosissimi e gli ambiti coinvolti si sovrappongono intrecciandosi. La realtà dei fatti, la situazione oggettiva del nostro Paese e del nostro Cantone, imporrebbe dunque un pieno riconoscimento di quanto raggiunto e la valorizzazione delle potenzialità per realizzare nuove opportunità e per portare soluzioni ai problemi citati.


La situazione politica nazionale - e purtroppo anche quella cantonticinese - mostrano purtroppo una pericolosa tendenza: mettiamo in evidenza questi problemi, urliamo soluzioni semplicistiche, ma nulla si risolve, anzi! Il cittadino giustamente non capisce e non accetta. Mettere in evidenza un problema non significa aver trovato una soluzione, non significa nemmeno aver approfondito la tematica e il contesto generale. Proporre una soluzione drastica e semplicistica non è risolvere il problema. La soluzione delle problematiche attuali, delle distorsioni del sistema, necessita un approccio costruito sull’approfondimento, sull’analisi, sulla volontà di trovare accordi fondati sulla responsabilità e la condivisione. Le ferme posizioni ideologiche fanno marciare sul posto. Gli interessi in gioco sono numerosi, le problematiche complesse e interconnesse. La questione finanziaria non è “tasse su o giù”, la sicurezza non è “più poliziotti o più guardie di confine”, la protezione dell’ambiente non è “no al carbone”. La tendenza verso questa banalizzazione è preoccupante: se da una parte tutto è più facile da capire e veicolare, dall'altra a cosa porta? A nulla. Si ritorni quindi a lavorare con le modalità con le quali si è costruito il modello vincente Svizzera. Si rimettano al centro dell’agire i valori che hanno caratterizzato il successo del nostro Paese. Piuttosto che lamentare il crescente afflusso di frontalieri, è necessario che i datori di lavoro si impegnino ad assumere personale locale magari a costo di una diminuzione del guadagno. Bisogna fare tutto il possibile per creare nuovi posti di lavoro, non solo urlare gridi d’allarme riferiti al tasso di disoccupazione (comunque il più basso in Europa, con la Norvegia). Forse evidenziando un po' meno con clamore i problemi e cercando maggiormente posizioni realizzabili e condivise (magari non così eclatanti e chiare) potremmo risolvere qualche problematica in più. Saranno magari posizioni “smussate” e necessariamente rispettose dei vari attori in gioco, ma solo queste sono posizioni forti.

 

Marco Romano, segretario cantonale e direttore Popolo e Libertà

L’orgoglio di urlare: Viva la Svizzera!

Il Blick, con la consueta sobrietà, ha elevato all’onore degli altari “Sankt Ottmar”, altri quotidiani, più modestamente, si sono accontentati di annunciare il miracolo, il capolavoro, l’impresa storica. Il resto del mondo ha mescolato l’ammirazione all’incredulità. El Pais, il maggior quotidiano spagnolo, ha sdrammatizzato con la vignetta di una mucca pezzata che trafigge un toro con un gran colpo di testa. Sì, la Svizzera ha battuto la Spagna. Le “furie rosse”, i Campioni d’Europa, una delle teste di serie più agguerrite e attrezzate del Campionato del mondo. Nello straripante entusiasmo che si è riversato tra le strade e le contrade di ogni angolo di Svizzera, c’era però di più della gioia per una vittoria calcistica inattesa quanto insperata. C’è stata, credo, la maledetta fierezza di poter sventolare la nostra bandiera, di gridare il nostro “hopp Suisse”, buttandoci alle spalle la Libia, l’UBS, le “liste nere” e tutto il resto. I 23 di Durban ci hanno insegnato che con la determinazione, la cocciutaggine e un po’ di “fame” si possono sormontare ostacoli che ci vengono dipinti come tremendi, insuperabili. Non è allora un caso che questa nazionale sia “colorata” di tanti figli di immigrati, che di “fame”, credo, ne hanno ancora tanta. C’è davvero voluto questo pugno di ragazzi per farci risollevare la testa, farci scrollare di dosso quella sensazione di scalogna, quell’impressione molto realistica di aver pescato la “peppa tencia” (o lo “schwarzer Peter”) nel grande gioco della politica internazionale. Quello che ci arriva dalle profondità dell’Africa è innanzitutto un messaggio di fiducia, di speranza. Per chi negli ultimi mesi avesse maturato qualche dubbio, la Svizzera può ancora piacere, ci si può ancora riconoscere con fierezza e orgoglio nel nostro Paese. Senza caricare di contenuti mitici o epici la rete di Gelson Fernandes, non si può negare che il significato di quel gol, di quella vittoria, va al di là di una sfera di cuoio che oltrepassa due pali. Il difficile, per la nostra nazionale, comincia adesso, perché c’è da confermare “l’impresa”, senza lasciarsi sopraffare dal trionfalismo ipertrofico che ha attraversato un Paese, un popolo in fibrillazione sportivo-patriottica. Per il nostro orgoglio, la vittoria di Durban ha però già fatto tanto. E dall’altro capo dell’Oceano Atlantico, da New York, ci giunge un’altra notizia altrettanto degna di essere sottolineata e che ci restituisce l’immagine di una Svizzera più apprezzata di quanto non siamo portati a credere. Joseph Deiss, già consigliere federale, è stato eletto presidente della 65a sessione dell’Assemblea generale dell’ONU, in pratica “primo cittadino” del mondo. Si tratta di un onore e di un riconoscimento particolarmente significativi se si pensa che la Svizzera siede in seno all’ONU solo dal 2002. Se a questo aggiungiamo la liberazione di Max Göldi, non possiamo che guardare con rinnovato ottimismo al nostro futuro. Con l’auspicio che, visti i risultati, le nostre autorità, in particolare il Consiglio federale, facciano loro il temperamento determinato e orgoglioso della nostra nazionale, archiviando gli smarrimenti e i tentennamenti che hanno condizionato gli ultimi mesi. Perché una partita così, che ci mette la pezza, non sarà facile ripeterla. Hopp Suisse!

 

Maurizio Agustoni, presidente Generazione Giovani e membro dell'Ufficio presidenziale PPD

Lavoratori frontalieri

 "Il fatto che in Ticino nel 2009 sia aumentato il numero di impiegati frontalieri e contemporaneamente anche quello dei disoccupati non significa che i primi occupino gli impieghi lasciati liberi dai secondi". Questa è la dichiarazione che Doris Leuthard ha rilasciato recentemente al Nazionale rispondendo a una domanda del deputato PPD Meinrado Robbiani, secondo il quale in certi settori, in particolare il terziario, vi sarebbe un problema di sostituzione. Per la Presidente della Confederazione, certi fenomeni osservati in Ticino dipendono anche dalla particolare struttura economica della regione. "Per rispondere alla domanda sarebbero necessari studi più approfonditi", ha aggiunto la responsabile del Dipartimento federale dell'economia. "I frontalieri - ha concluso Doris Leuthard - sono un elemento di stimolo per l'economia e nelle regioni di frontiera la disoccupazione non è cresciuta più velocemente che nelle altre regioni della Confederazione”. In attesa di ulteriori, richiesti e necessari approfondimenti relativi all’incidenza del frontalierato sull’occupazione nel nostro Cantone, desidero proporre qualche breve personale riflessione sul tema. Intanto, i frontalieri in Ticino superano le 45'000 unità, mentre le persone che nel nostro Cantone non hanno un lavoro fisso sono oltre 11'000. Per rispondere alle proprie esigenze e al proprio sviluppo, l’economia ticinese è quindi costretta a rivolgersi oltre frontiera. In un recente convegno tenutosi a Bellinzona in occasione della giornata sull’infermiere è emerso che il personale “frontaliero” che lavora negli ospedali ticinesi corrisponde quasi al 30% del totale degli infermieri occupati. Senza la loro presenza un terzo degli ospedali del Cantone non potrebbe garantire il proprio funzionamento. La richiesta di personale sanitario, in considerazione anche dell’invecchiamento della popolazione, è peraltro in continuo aumento e l’assunzione di personale estero sarà necessario anche per il prossimo futuro. In Ticino vengono infatti diplomati 130 infermieri l'anno, mentre la richiesta supera le 200 unità. Questo dato è significativo e, tra le altre cose, conferma la necessità di un serio orientamento professionale. Occorre infatti fare tutto il possibile per promuovere nel nostro Cantone le professioni che potranno dare ai giovani prospettive reali di lavoro.

Occorre inoltre, sempre nel settore sanitario, porre qualche correttivo alla politica selettiva nell’ambito delle facoltà universitarie di medicina, che, sempre più, respingono molti studenti ticinesi, con la conseguenza che il 45% dei dottori che lavorano negli ospedali svizzeri sono stranieri. Fatte queste premesse, non si possono sottovalutare le preoccupazioni sollevate da Robbiani e rivolte alla responsabile del Dipartimento federale dell'economia. La sostituzione di personale ticinese con personale “meno costoso” preso dalla vicina penisola è purtroppo una realtà sempre più diffusa anche nel terziario. Molte società licenziano o non assumono dipendenti residenti in Ticino per assumere, a costi inferiori, personale frontaliero disposto ad accettare condizioni lavorative più precarie e salari più modesti, speculando in questi ultimi tempi anche sulla perdita del valore dell’euro rispetto al franco svizzero. Questa malsana tendenza crea disoccupazione, oltre ad una sorta di concorrenza sleale nei confronti di chi opera nel settore rispettando la dignità dei propri dipendenti ed evitando basse speculazioni sul personale assunto. Come esplicitamente richiesto dal PPD, occorre un intervento determinato da parte dell’Autorità politica. Occorrono misure più incisive per combattere efficacemente le pressioni sui salari e sulle condizioni di lavoro e per fronteggiare gli abusi nell’ambito occupazionale. Chi si comporta correttamente con i propri dipendenti e favorisce l’inserimento di lavoratori residenti nel nostro Cantone non può essere penalizzato dal comportamento di chi intende massimizzare il proprio profitto speculando sui costi del personale. Ma l’intervento della politica è insufficiente, senza una reazione positiva e costruttiva anche da parte dei ticinesi titolari o responsabili di aziende, che dovrebbero e potrebbero favorire l’assunzione di personale locale. Anche il lavoratore frontaliero contribuisce allo sviluppo dell’economia del nostro Paese, quando non diventa puro oggetto di speculazione retributiva, a scapito, non solo dei ticinesi, ma anche dei suoi stessi concittadini.

 

Giovanni Jelmini, presidente cantonale
 

Aggregazioni nel Bellinzonese

 Il presidente distrettuale del PLRT del Bellinzonese Della Santa ha aspramente criticato la decisione del Governo di collegare la concessione del contributo di livellamento alla disponibilità dei Comuni ad accettare progetti di aggregazione, sostenendo che personalmente mi sarei mosso come un elefante in una cristalleria perchè avrei mandato in frantumi l'ipotesi di costruire un consenso attorno a un progetto aggregativo.


Chi conosce la Regione sa che le cose non stanno in questi termini. Nella realtà dei fatti, i Municipi dei Comuni che attorniano la città di Bellinzona, fatta eccezione per Gnosca, non hanno finora manifestato l’intenzione di avviare un processo di aggregazione per dare vita nel comprensorio a una nuova città. È perciò oggettivamente difficile mandare in frantumi qualcosa che non esiste, mentre è sicuramente necessario provocare anche nel Bellinzonese una riflessione che in tutte le altre regioni del Cantone è stata avviata, quando non addirittura conclusa.


Anche nel "mio" Locarnese, pur fra mille difficoltà, qualcosa si sta muovendo. Complice la raccolta di firme promossa da due comitati distinti, infatti si arriverà nei prossimi mesi a una votazione consultiva che permetterà alle cittadine e ai cittadini di esprimere un parere.
Nel Bellinzonese purtroppo il quadro è ben diverso e lo si è già visto qualche anno fa quando fu realizzato un primo approfondimento limitato alla cosiddetta “corona nord”. Concluso lo studio, che comunque non avviava formalmente una procedura aggregativa (perchè i Municipi si erano opposti), gli esecutivi dei Comuni interessati, con l’eccezione di Bellinzona e di Gnosca, si sono pronunciati contro la prosecuzione dei lavori e il coinvolgimento della popolazione.
Gioco forza, in questa situazione, bisogna ricorrere a strumenti più incisivi per indurre a riflettere gli amministratori comunali di una Regione che beneficia in larga misura della perequazione finanziaria orizzontale. Non si tratta, come avrà inteso chi si è dato la pena di leggere il progetto di legge, di diminuire il contributo di livellamento, bensì di ottenere che lo stesso venga destinato a progetti di sviluppo, e non diventi nei fatti una delle cause che blocca la riforma territoriale dei Comuni e la nascita di una nuova città.


Se qualcosa posso rimproverarmi, è d'aver proposto la riforma della Legge sulle aggregazioni proprio nel momento in cui prendeva avvio lo studio strategico. La coincidenza non poteva essere evitata e certamente non era voluta. Alcuni Municipi hanno comunicato di non voler più prendere parte allo studio strategico. È un peccato, ma non un danno irreparabile, almeno spero. Lo studio strategico non è uno studio di aggregazione e non chiama in causa soltanto le istituzioni comunali, ma anche l’economia, le associazioni e più in generale la società civile. Nel Locarnese ha addirittura coinvolto, mediante un sondaggio condotto da specialisti indipendenti, un numero importante di cittadini. Confido perciò che possa continuare e che possa esserci un ripensamento da parte di chi ha deciso di non partecipare alle riunioni.

 

Luigi Pedrazzini, consigliere di Stato

È ora di AGIRE!

Negli anni ’70 con la Legge federale sull’aiuto agli investimenti nelle regioni montane (LIM) nasce in Svizzera il concetto di politica regionale. In questi anni la Confederazione intendeva lottare contro lo spopolamento delle regioni di montagna e correggere le disparità tra i centri e le periferie.
A partire dalla fine degli anni ’80, la prospettiva sui problemi regionali è mutata; anche le regioni centrali hanno iniziato a sentire la concorrenza globale e ad essere colpite dalla perdita di competitività. Era necessario riposizionare strategicamente regioni e nazioni per renderle uniche e competitive a livello globale. Parole chiavi erano (e sono) innovazione e messa in rete delle conoscenze. È in quest’ottica che nel 2007 il Parlamento federale ha approvato due decreti relativi alle priorità e al finanziamento della politica regionale per il periodo 2008-2015. Inoltre, nel 2009, il Gran Consiglio ticinese ha finalmente approvato la Legge cantonale d’applicazione della Legge federale sulla politica regionale.


Nell’ambito di questo nuovo concetto di gestione dei progetti regionali (e grazie ai fondi federali stanziati a questo scopo) è stata costituita - tra l’altro - l’Agenzia per l’innovazione regionale della Svizzera italiana (AGIRE) col mandato di mettere in pratica tutto quanto possibile “per riempire di contenuti” le famose parole chiave di cui sopra. Il Cantone, USI e SUPSI, AITI e Camera di commercio scendono in campo assieme, di sicuro non per sostituire o creare doppioni di strutture e istituzioni già attive nel campo del trasferimento delle conoscenze e delle tecnologie, ma mettendo a disposizione un’agenzia che dovrà fungere da piattaforma di coordinamento (a livello cantonale, intercantonale e transfrontaliero) per il  trasferimento di conoscenze e di tecnologie da e verso imprese esistenti, nel sostegno di progetti che prevedono la messa in rete di know-how complementari e sinergici, nella promozione e nel sostegno di nuova imprenditorialità e nel facilitare l’insediamento di nuove aziende o servizi provenienti da fuori Cantone.


AGIRE potrà però… agire solo se dietro la creazione (quasi obbligata) di una nuova struttura che deve rispondere ai requisiti posti dalla legge, vi sarà anche la volontà politica di dare un orientamento strategico forte e chiaro: oltre alle energie rinnovabili, al legno, al turismo, alla cultura forse è giunta l’ora di aiutare anche in modo concreto e determinato le aziende, anche e soprattutto quelle esistenti, con misure atte ad avere un’amministrazione snella, una politica fiscale attrattiva e un’infrastruttura di base migliore. Questo compito non può però essere delegato ad AGIRE: quest’agenzia potrà agire se davvero a livello politico si intraprenderà la via dell’aiuto all’innovazione, coordinato tra tutti i dipartimenti (penso in particolare al DECS, al DI ed al DFE). Non si può parlare di innovazione senza università e non si può innovare e sostenere senza condizioni finanziarie adeguate. Non possiamo credere di continuare a sviluppare attività industriali ed artigianali in modo equamente ripartito sul territorio cantonale: bisognerà fare delle scelte, così come per il turismo, la piazza finanziaria, le scuole. Altrimenti potevamo continuare a lavorare con la LIM. Auguri quindi ad AGIRE e che dietro a questa nuova agenzia ci sia anche un supporto politico forte e dichiarato.
In conclusione, la costituzione di AGIRE non basta… bisognerà agire davvero!

Monica Duca Widmer

Granconsigliera e membro dell'Ufficio Presidenziale

 

Entro l’autunno una lista forte per il Consiglio di Stato

Manca poco meno di un anno alle prossime elezioni cantonali e i partiti iniziano a scaldare i motori. Fra le forze politiche di Governo PLRT e Lega sono in attesa delle decisioni dei loro rappresentanti in Consiglio di Stato, mentre PS e PPD possono iniziare i lavori di preparazione per l’allestimento delle liste.
Un vantaggio non indifferente in questo senso è la decisione di Luigi Pedrazzini, comunicata con largo anticipo, che rappresenta un gesto di correttezza e di sensibilità nel confronti del Partito di cui va dato atto al nostro ministro.


I vertici del PPD non hanno perso tempo e l’Ufficio Presidenziale (UP) ha già provveduto a costituire la “Commissione cerca” che sono stato chiamato a presiedere e della quale fanno parte anche gli amici Filippo Lombardi, Bruno Ongaro, Anna Maria Sury, Maurizio Agustoni e Franco Pedrini, mentre il segretariato sarà assunto da Marco Romano.


Ringrazio l’UP per la fiducia che mi ha voluto accordare attribuendomi questa carica. Sono onorato, ma altresì consapevole della delicatezza del compito e delle difficoltà che la selezione e la scelta dei candidati per la lista del Consiglio di Stato comporterà.
Personalmente penso che i nostri amici, ma anche chi ci guarda con simpatia (e non sono pochi!), si attendano di vedere una lista forte e competitiva ed è questa l’indicazione che la “Commissione cerca” intende seguire.


Come conseguire questo ambizioso obiettivo? Chi ha qualche esperienza di allestimento di liste sa benissimo che vi sono alcun regole d’oro, alle quali difficilmente si può sfuggire: una lista solitamente deve essere rappresentativa delle varie regioni del Cantone, come pure delle diverse sensiblità presenti nel nostro partito. Inoltre occorre giustamente garantire un’adeguata rappresentanza delle donne, ma anche dei giovani. C’è però un vincolo importante di cui si deve tenere conto: i posti a disposizione sono solo cinque, ciò che limita notevolmente il margine di manovra. Tenuto conto di queste premesse, la Commissione farà tutto il possibile per mettere in campo la migliore squadra possibile, in cui ci sia una sana competizione ma anche un solido spirito di gruppo. Vorrei comunque precisare già sin d’ora che tutte le decisioni che verranno prese saranno ispirate esclusivamente dall’interesse e per il bene del PPD. Inevitabilmente qualche escluso, che nutriva ambizioni magari anche legittime, rimarrà deluso dalle scelte della Commissione.
Da settimana prossima ci metteremo al lavoro iniziando a definire le modalità con cui la “Commissione cerca” procederà, per poi pianificare le audizioni dei vari potenziali candidati. L’impegno che abbiamo assunto è di consegnare la proposta di lista all’Ufficio presidenziale del Partito entro l’inizio dell’autunno in modo da essere pronti per tempo ad affrontare l’impegnativa e lunga campagna elettorale che ci attende prima del 10 aprile 2011.

 

Fabio Regazzi, granconsigliere e membro dell'Ufficio Presidenziale del PPD

Incontro e confronto tra i partiti di Governo

Martedì 11 maggio si sono incontrati a Bellinzona i Presidenti e i capi gruppo dei partiti di Governo (PPD, PLRT, PS e Lega). Lo scopo dell’incontro era quello di individuare alcuni temi sui quali discutere e trovare possibilmente una soluzione ancora nel corso di quest’ultimo anno di legislatura. L’incontro è stato utile. Si è discusso su differenti temi e in particolare sui preventivi 2011, sulla nuova legge sulla perequazione intercomunale, sul risanamento della cassa pensioni del Cantone, sull’amnistia fiscale, sul problema dell’occupazione giovanile, sulla nuova legge concernente i dipendenti cantonali, sulle riversioni e sul piano energetico in particolare, sulla pianificazione ospedaliera (che non è mai stata presentata…) e sui grossi problemi cui saremo confrontati quando verrà chiuso il tunnel del Gottardo per i necessari lavori di manutenzione. L’incontro - il primo in questa legislatura - è stato utile già per il fatto che sui temi appena menzionati vi è stata una discussione pacata e aperta e un confronto schietto e senza posizioni pregiudiziali. Tanto che i rappresentanti della stampa, nel corso della conferenza che ne è seguita, sono rimasti sorpresi - direi quasi delusi - dalla mancanza di conflittualità e, quindi, dalla mancanza di argomenti che fanno notizia (sic!). Per quanto interessa il nostro partito e il nostro gruppo parlamentare, abbiamo chiesto l’approvazione della nuova legge sulla perequazione intercomunale quale strumento necessario di equilibrio tra i Comuni. Abbiamo chiesto che nel preventivo 2011 non siano inserite ulteriori misure di risparmio, considerando, tra le altre cose, il momento contingente di difficoltà che stiamo attraversando. Sull’amnistia fiscale abbiamo confermato il nostro sostegno nella misura in cui attorno alla stessa vi sarà un largo consenso e previa verifica di alcuni dati tecnici. L’amnistia sarà approvata se non vi saranno controindicazioni e se i benefici si riveleranno effettivamente maggiori rispetto agli eventuali disagi. Per quanto concerne il preoccupante problema della futura, prolungata chiusura della galleria del Gottardo, si chiede al CdS di volersi rivolgere direttamente e con sollecitudine al Consiglio federale per ottenere in tempi rapidi il raddoppio o quanto meno, quale misura transitoria, l’apertura del passo durante tutto l’anno. In merito al problema dell’occupazione giovanile, previa verifica dell’efficacia degli attuali meccanismi di aiuto, occorrerà trovare quanto prima qualche misura per garantire un impiego ai giovani che terminano l’apprendistato, evitando loro pericolosi e frustranti periodi di disoccupazione. Questi sono alcuni temi che abbiamo affrontato e sui quali desideriamo trovare soluzioni percorribili nel corso di questo ultimo anno di legislatura. A dimostrazione del fatto che quando gli attori politici si pongono sullo stesso piano e con un’apertura al confronto è possibile trovare soluzioni pratiche ai problemi, con grande soddisfazione della maggioranza dei cittadini di questo Cantone. L’auspicio è che il confronto iniziato lo scorso 11 maggio possa continuare anche nel corso di questo delicato anno che precede il rinnovo dei poteri cantonali, lasciando evidentemente ai partiti autonomia d’azione sugli argomenti che più li preoccupano. Per quanto concerne il PPD, sono le tematiche che interessano le famiglie e la sicurezza del Paese.

 

Giovanni Jelmini, presidente cantonale

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