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La politica è molto più di un semplice esercizio contabile

Il PPD intende esaminare, approfondire e discutere il corposo documento - quasi 300 pagine - presentato recentemente dal Consiglio di Stato e concernente le linee direttive e il piano finanziario per la legislatura 2011-2015. Queste mie prime riflessioni vogliono essere unicamente uno spunto per la discussione che avremo prossimamente all’interno del partito e in particolare con il gruppo parlamentare. Personalmente, condivido le intenzioni del Governo di tenere sotto controllo il debito pubblico, per evitare di mettere in difficoltà il Cantone e di ridurre la possibilità di progettare e realizzare le opere necessarie per il suo futuro sviluppo. Sottoscrivo anche l’idea di una normativa volta a promuovere un’efficace disciplina finanziaria. Questo strumento, che ha permesso alla Svizzera, rispetto alla maggior parte degli Stati europei, di contenere i disagi finanziari nei momenti di difficoltà, consente inoltre di evitare misure d’urgenza e interventi drastici, spesso improvvisati, di contenimento delle uscite nei periodi di crisi (si pensi a cosa sta capitando fuori dai nostri confini). L’introduzione del cosiddetto freno ai disavanzi pubblici potrebbe poi indurre finalmente Governo e Parlamento a fare una riflessione sulla necessità e sulla sostenibilità di alcuni servizi, rispettivamente sull’opportunità di delegare alcuni compiti ai privati in grado di assolverli con minori costi. Si tratta di quell’esercizio - chiamato revisione dei compiti dello Stato e richiesto da molti e da tempo - che non si sa per quale motivo non riesce mai a decollare. Premesso quanto sopra, la politica non può e non deve evidentemente limitarsi a far quadrare i bilanci dello Stato. La politica deve anche progettare, deve fare uno sforzo per capire su quale tessuto economico occorre investire nei prossimi anni e nei prossimi decenni per garantire al Cantone una certa crescita e una certa forza competitiva. È quindi necessario dotarsi di un contesto dove la politica e le istituzioni possano discutere con le parti che operano e che lavorano sul territorio, coinvolgendo gli istituti di formazione e di ricerca. Un forum cantonale - è l’idea che abbiamo proposto nel mese di settembre dello scorso anno - dove il Consiglio di Stato, i rappresentanti dei partiti, dei Comuni, delle associazioni economiche e sindacali, con il coinvolgimento dell’USI e della SUPSI, possano valutare le conseguenze dell’attuale crisi economica e discutere ed elaborare un piano di rilancio dell’economia, promuovendo il territorio ticinese e le condizioni quadro favorevoli che il Ticino può offrire per attirare aziende e attività imprenditoriali necessarie per creare opportunità occupazionali. Si tratta, per fare qualche esempio, di rivedere, adeguandole, le norme di promovimento economico cantonale, di mettere in atto misure nell’ambito fiscale e della formazione volte a rendere economicamente competitivo il nostro territorio, di realizzare misure in favore dell’economia e dell’occupazione e di proporre incentivi alle aziende e agli artigiani locali che spesso sono penalizzati dalla concorrenza estera. In un recente comunicato il PLRT dopo aver espresso la sua condivisione - invero un po’ acritica - per l’impostazione data al programma di legislatura, ha manifestato la disponibilità “di incontrarsi con tutte le forze politiche per discutere e cercare soluzioni condivise”. Il PPD non solo è disposto a discutere e a confrontarsi con tutte le forze politiche ma, come detto sopra, chiede che la discussione venga estesa anche ai rappresentanti dei Comuni, dell’economia, dei lavoratori e di chi opera nella formazione per avere un quadro più completo del momento che stiamo attraversando e soprattutto per capire quali misure dobbiamo adottare per promuovere e a far crescere il nostro Cantone. La politica è infatti molto di più di un semplice esercizio contabile.

Giovanni Jelmini, presidente cantonale PPD

Caro Stojanovic, non siamo noi che nascondiamo qualcosa

 16’000 mila franchi! Ecco quanto ho ricevuto dalla politica nel 2010. Questo importo è comprensivo del lavoro in due commissioni, della partecipazione (effettiva e comprovata sempre con la firma) ai dibattiti in Gran Consiglio, della redazione effettiva di rapporti e della copertura parziale del costo delle trasferte da Cavergno a Bellinzona. Per contro, ogni altra attività che un parlamentare è chiamato a svolgere, dalla lettura del cospicuo materiale che settimanalmente riceve, agli approfondimenti personali, alla partecipazione ad assemblee, associazioni e via discorrendo, nonché la stesura di articoli, ma anche incontri (numerosi) con tutti quanti lo chiedono, è gratuita. L’impegno richiesto anche solo per svolgere bene l’attività in Gran Consiglio, lo stimo in media a due giornate settimanali, perlomeno per un capogruppo che desidera essere minimamente in chiaro su quanto gli ruota attorno.
A questo, potrei aggiungere le varie attività collaterali, che per me sono comunque parte integrante del mio impegno politico e soprattutto di partecipazione alla collettività. Tra queste: la presidenza del PPD distrettuale, la presenza nell’Ufficio presidenziale cantonale, nel Consiglio comunale del mio Comune, nel Consiglio direttivo dell’Associazione dei Comuni valmaggesi, nella Fondazione Valle Bavona e nel suo Gruppo operativo, nei comitati di Ficedula e Pro Natura ecc. Tutte attività gratuite, dalle quali non si ricevono né mandati, né tanto meno prebende o favori ma, anzi, spesso si è chiamati personalmente alla partecipazione per coprire qualche spesa o sponsorizzare qualche attività.
La situazione che ho appena descritto non è comune a tutti i colleghi, ma certamente a parecchi di loro, così come è comune a molte persone che si impegnano negli enti locali, in particolare negli esecutivi, dove la retribuzione è in generale poco più che un pro forma (tranne a Lugano, dove l’impiego politico in Municipio corrisponde ad un “modesto” salario di 8’000 franchi al mese, più o meno quello che la maggioranza degli altri municipali ticinesi prendono forse in un anno!).
Non di rado questi impegni creano anche qualche problema personale, perché riuscire a conciliare tutto questo con la propria attività lavorativa, la sfera privata e ritagliarsi ogni tanto la necessaria tranquillità (che ognuno di noi ha bisogno), è difficile per non dire impossibile. Inoltre, sei pur sempre un personaggio pubblico, e alla mezza che fai, anche se piccola e in altri contesti irrilevante, il giorno dopo stanne sicuro che ti ritrovi “dipinto” sulla stampa e nei social network, spesso apostrofato gratuitamente, in modo anonimo e anche cattivo.
Venirci a dire che non abbiamo aderito alla richiesta di rendere pubblici i nostri salari, perché abbiamo chissà cosa da nascondere, è una provocazione inaccettabile e direi anche offensiva nei confronti di chi svolge questa attività con onestà e serietà!
Su una cosa però Stojanovic ha sicuramente ragione e troverebbe certamente maggiore adesione. La politica è indiscutibilmente invischiata con lobby e poteri economici, basti guardare cosa capita a livello nazionale dove la connivenza tra interessi delle casse malati, delle farmaceutiche, della sanità in generale, delle aziende dell’energia, delle banche ecc con il Parlamento e i partiti (anche quello socialista), esiste eccome e non sempre è pulita e sana per la democrazia. È lì, semmai, caro Stojanovic, che dovresti tentare di metter becco, magari interpellando il popolo, visto che neppure i tuoi rappresentanti socialisti sembrano avere una gran voglia di aprire i cassetti e svuotarli sotto la bella e chiara luce del sole.

Fiorenzo Dadò, capogruppo in Gran Consiglio

Popolo e Libertà: quanti anni ancora?

“Popolo e Libertà: quanti anni ancora?” Questa domanda schietta e provocatoria, ma molto attuale, è stata posta all’attenzione del forum di discussione organizzato dal centro culturale L’Incontro settimana scorsa a Vacallo. Moderati da Ettore Cavadini sono intervenuti, nell’ordine, Alberto Lepori, Aurelio Bernasconi, Claudio Franscella e il sottoscritto.
Il già direttore e consigliere di Stato Alberto Lepori - supportato dalle ricerche effettuate da Enrico Morresi e dalla propria personale profonda conoscenza sociopolitica del Ticino - ha ripercorso l’evoluzione della stampa, in particolare di Partito, nella seconda metà del Novecento. Un sunto riuscito che ha messo in evidenza l’evoluzione delle singole testate in rapporto all’evoluzione della società ticinese e alle decisioni strategiche e commerciali dei responsabili dell’editoria. Con il passare degli anni il mondo editoriale ticinese è stato contraddistinto da una crescente necessità di agire secondo criteri commerciali da coniugare con lungimiranza alle scelte editoriali e redazionali. In seguito il già redattore Aurelio Bernasconi si è soffermato sul periodo vissuto nella redazione dell’allora quotidiano. Eravamo a inizio anni Sessanta. Una vita molto intensa, contraddistinta da tante avventure, poche certezze finanziarie, ma ricchi dibattiti e scontri politici. Un’epoca aurea da un punto di vista giornalistico, con una struttura partitica che dietro le quinte garantiva finanziariamente per l’organo di stampa dell’allora partito conservatore. Claudio Franscella, anch’egli già direttore, ha poi illustrato i primi anni del nuovo millennio. Popolo e Libertà, divenuto nel frattempo settimanale, ha cercato di rivolgersi a nuovi lettori, confermandosi organo di stampa del Partito, capace di comunicare agli abbonati fedeli, ma anche a cerchie più vaste di cittadini ticinesi interessati alla cosa pubblica. Una linea che si è cercato di mantenere anche in questi anni e un problematica sempre attuale sulla quale sia relatori, sia il pubblico presente a Vacallo ha discusso in maniera costruttiva.
Popolo e Libertà è oggi un elemento essenziale del PPD ticinese, della sua organizzazione e della sua capacità di curare una rete privilegiata di contatti. Per questo motivo, la vita del nostro settimanale dovrà essere lunga almeno tanto quanto quella del PPD. Abbiamo una storia secolare grazie all’impegno disinteressato di centinaia di persone. Godiamo del sostegno fondamentale e costante di un buon numero di inserzionisti, ma viviamo una pericolosa evoluzione negativa del numero di abbonati.
Per il futuro del PPD ticinese, Popolo e Libertà è un tassello importante. Questo rapporto è biunivoco. Il presente e il domani vogliono essere contraddistinti dalla volontà di fare del PPD una forza che comunica con il proprio elettorato in maniera diretta, alla ricerca di approfondimento e conoscenza dei fatti. Ma occorre riuscire a proiettare Popolo e Libertà verso una cerchia più ampia di lettori. Questo organo di stampa saprà tuttavia migliorare la propria diffusione e penetrazione nella società ticinese - verso nuovi potenziali elettori e persone disinteressate alla politica - solo con il sostegno degli abbonati, degli elettori PPD ticinesi, di coloro i quali stanno leggendo queste righe. Se la base ci abbandona, non sarà possibile fare il necessario salto “quantitativo” nel futuro prossimo. Occorre quindi comprendere questa necessità reclutando a corto termine nuovi abbonati e nel contempo sviluppando un concetto chiaro di diffusione “esterna” e complementare alle iniziative di comunicazione del PPD nei nuovi media elettronici.

Marco Romano, segretario cantonale e direttore Popolo e Libertà

Il PPD si prepara per le elezioni comunali

È sufficiente leggere le pagine di cronaca locale sui nostri quotidiani per avere conferma che nei Comuni ticinesi c’è fermento in vista delle elezioni comunali del 1° aprile 2012. Si voterà in tutto il Cantone, ad eccezione di elezioni tacite (soprattutto nelle Valli) e delle città di Mendrisio e Lugano e del nuovo Comune di Tre Terre. In queste ultime tre realtà le elezioni sono prorogate al 2013 a seguito delle recenti aggregazioni.
Guardando ai risultati elettorali del 2011 - cantonali e federali - è ipotizzabile che anche a livello comunale si riscontrino esiti che muteranno il panorama politico. Dovesse confermarsi la tendenza in atto potremmo assistere sia a un’ulteriore crescita di nuove forze (partiti tradizionali e movimenti civici) sia a un livellamento generale della rappresentanza dei partiti in campo. Il numero di partiti rappresentati nei Municipi e nei Consigli comunali crescerà e il numero di seggi ottenuti da quest’ultimi si assesterà su numeri equivalenti per più gruppi; segno di grande frammentazione e nuovi equilibri da costruire. Come ai livelli istituzionali superiori, anche a livello comunale sono finiti i tempi di forze politiche egemoni per decenni. Da un lato potremmo affermare che la vitalità partitica e associativa dei Comuni non tende a diminuire (positivo di per sé), dall’altro si intravvede tuttavia una perdita di stabilità e sul lungo periodo una difficoltà di gestione progettuale degli enti locali.
Questo mercoledì il PPD ticinese ha riunito i rappresentanti di tutte le sezioni comunali impegnate nella preparazione delle comunali. Il quadro globale emerso dalla serata è generalmente rassicurante. I lavori sono in linea di massima in uno stato avanzato, l’organizzazione è buona e grazie alla tradizione del nostro Partito vi sono le premesse per far fronte alle nuove difficili sfide. Come d’abitudine nell’ultimo decennio si riscontrano difficoltà nella ricerca dei candidati.
Evidentemente a causa delle numerose aggregazioni avvenute dal 2008 (-49 Comuni) i due partiti storicamente impegnati nella gestione degli enti locali “perderanno” municipali. Il fenomeno sarà ulteriormente accentuato dall’entrata in gioco di nuove forze.
Il Partito Popolare Democratico e Generazione Giovani hanno comunque tutte le premesse per confermare le proprie posizioni nei Municipi e nei Consigli comunali. Considerata la frammentazione potremo anche qua e là, a conferma della nostra tradizione, assumerci maggiori responsabilità. L’impegno storico e costante a favore dei nostri Comuni è indiscutibile. Le personalità capaci e popolari nei Comuni non mancano. Penso ai numerosi sindaci che negli anni, con il proprio impegno e le proprie competenze, hanno modellato Comuni attenti ai bisogni dei propri cittadini e sensibili alle problematiche ambientali. Ma penso anche alle centinaia di membri di Municipi e Consigli comunali che dedicano tempo libero, energie e passione alla propria realtà locale.
Inoltre, nuove leve si affacciano alla vita politica locale, trovando nel PPD una forza politica che mira alla concretezza, si fonda sui valori che hanno plasmato la nostra società e il nostro Paese, e che alla diatriba preferisce la soluzione dei problemi. Pur dovendo affrontare importanti sfide e un’ondata di facile populismo - contraddistinto da grandi proclami, polemiche spesso sterili, ma generalmente poca produttività - a livello comunale PPD e Generazione Giovani hanno tutte le carte per vincere la partita a favore della comunità.

Marco Romano, segretario cantonale e direttore Popolo e Libertà

2012: anno di cambiamento nella sanità

In Governo dal mese di aprile, Paolo Beltraminelli chiude il suo primo anno da consigliere di Stato. Dopo decenni di conduzione socialista, dal 2011 il Dipartimento della sanità e della socialità è diretto da un ministro popolare democratico. In un periodo di grandi cambiamenti - basti pensare al dossier relativo ai morosi di cassa malati o al nuovo finanziamento ospedaliero - è tempo di chiudere un 2011 caratterizzato da tante novità. A pochi giorni dalla fine dell’anno abbiamo incontrato il consigliere di Stato PPD per terminare questa annata di Popolo e Libertà, guardando a quanto fatto negli scorsi mesi e soprattutto al 2012, che è ormai già alle porte.

Lo scorso 10 aprile lei è stato eletto in Consiglio di Stato. Come sono stati contraddistinti questi primi mesi a Palazzo delle Orsoline?
I miei primi mesi in Consiglio di Stato sono stati intensi, ma anche molto stimolanti: la conduzione del Dipartimento della sanità e della socialità rappresenta per me, ingegnere di professione, una grande sfida. Sin dall’inizio ho intrapreso questa carica con la voglia di impegnarmi a fondo a favore della nostra cittadinanza e dei suoi bisogni.

Paolo Beltraminelli è sempre stato un politico a cui piace stare con la gente e fra la gente. Come si è tradotto questo tratto del suo carattere nella sua attività quotidiana di consigliere di Stato?
Si traduce attraverso la spontaneità e la disponibilità al dialogo, attitudini che mi hanno sempre contraddistinto. La mia nuova professione mi permette di esprimerle appieno.

Fra le prime decisioni del nuovo Governo quella di bloccare temporaneamente il pagamento dei ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri. Quali sono le sue valutazioni a qualche mese di distanza da questa scelta?
Non si è trattato di un gesto di ostilità nei confronti dei nostri vicini, quanto di una scelta eccezionale dinanzi a una situazione divenuta oltremodo penalizzante per il Canton Ticino. Invece di continuare a subirla passivamente il Consiglio di Stato ha deciso nell’interesse del Cantone di far ricorso al solo mezzo a sua disposizione per indurre la Confederazione e l’Italia a avviare la rinegoziazione di un accordo -l’accordo sui frontalieri - datato di quasi quarant’anni e non più adeguato alle circostanze attuali, tendendo conto della nuova definizione di frontaliero e rimediando anche alla mancanza di reciprocità tra Svizzera e Italia. Resto convinto della bontà della scelta del Consiglio di Stato e auspico un celere avvio delle trattative, condizione essenziale per lo sblocco. 

La scorsa settimana il Gran Consiglio ha approvato il Preventivo 2012 che chiede diversi sacrifici. In quali ambiti sarà necessario ancora intervenire in un futuro prossimo?
La sostenibilità dei conti pubblici costituisce la premessa fondamentale della stabilità e della crescita di un Paese. Per il Cantone Ticino si prospettano anni di difficoltà finanziaria anche a causa dei ribaltamenti di oneri da parte della Confederazione. L’aumento degli indici di dipendenza, i costosi sistemi previdenziale e assistenziale, il finanziamento pubblico delle strutture ospedaliere rappresentano impegni di spesa futuri difficilmente assorbirli. Perciò sono necessarie misure d’intervento e di scelta - che saranno illustrate nelle Linee Direttive e nel Piano finanziario - che permettano di mantenere il buon livello di prestazioni che oggi il Ticino conosce. Alcune misure previste nel Preventivo 2012, giudicate sostenibili dal Governo, non hanno avuto l’avallo del Parlamento. In particolare è stata rimproverata al Governo una mancanza di tempestività nel proporre le misure. È utile ribadire che il primo interlocutore del Governo è il Gran Consiglio, con cui bisognerà poter trovare l’armonia necessaria per decidere insieme. Ma sarà anche fondamentale in futuro perseguire la via del pragmatismo e cercare di ottenere consenso nel Paese, soprattutto concordando con le parti sociali, le associazioni economiche e sindacali e i Comuni linee operative in grado di dar vigore alla produttività e alla competitività del nostro Cantone.

Il Gran Consiglio si è anche chinato sul dossier relativo i morosi di cassa malati. Dal primo gennaio saranno introdotte numerose novità. Può riassumercele?
In sintesi, la novità principale della riforma consiste nel ripristino della copertura assicurativa nei confronti delle cittadine e dei cittadini a cui l’assicurazione malattie ha sospeso, a causa di insolvenza, la copertura dei costi delle prestazioni mediche. Tutti dal 1° gennaio del 2012 riavranno la copertura assicurativa. Ciò non significa che saranno cancellati i debiti passati maturati nei confronti delle assicurazioni. Gli assicurati li dovranno rifondere, ma soprattutto dovranno rimettersi in regola con il pagamento dei premi futuri, per evitare di essere nuovamente sospesi qualora risultassero in grado di pagarli.

Per il 2012 è stata annunciata una lieve riduzione dei premi di cassa malati per gli assicurati ticinesi. Quali sono le previsioni per il futuro?
Personalmente mi aspetto una stabilità nei prossimi anni. Non ho lasciato nulla di intentato con l’obiettivo di ottenere per il 2012 la maggiore riduzione possibile dei premi. Purtroppo l’esistenza di lacune nelle basi legali federali, in particolare l’impossibilità da parte dell’Ufficio federale della sanità pubblica di pretendere dagli assicuratori malattie una diminuzione dei premi al momento di un accumulo eccessivo di riserve, non ha permesso di raggiungere un risultato migliore dell’1% di riduzione media. Il mio impegno non verrà meno nei prossimi anni: sono in preparazione modifiche di leggi federali importanti in materia di assicurazione malattie e in questa fase non mancherò di far sentire la voce dei Ticinesi a Berna.

Restiamo in tema di politica federale: in primavera lei è stato eletto nel Comitato della Conferenza svizzera dei direttori e delle direttrici cantonali della sanità. Quanto la porta oltr'alpe questo impegno e quanto conta per il Ticino partecipare attivamente alle decisioni prese a livello nazionale?
Le riunioni del Comitato della Conferenza svizzera dei direttori cantonali della sanità si svolgono oltr’alpe grossomodo una volta al mese. È un grande privilegio parteciparvi. Ve ne spiego brevemente le ragioni. Le regole del gioco in materia di politica sanitaria si decidono a livello federale: l’Assemblea federale delibera in materia di pianificazione ospedaliera, di finanziamento degli ospedali e delle cure, di strutture tariffali, ecc. Nuove revisioni legislative sono attualmente in corso. Concernono la vigilanza sull’assicurazione malattia, la prevenzione o ancora la trasmissione elettronica di informazioni sanitarie, ecc. I costi a carico dei Cantoni derivano principalmente da decisioni prese a livello federale. Essere eletti all’interno del Comitato della Conferenza delle direttrici e dei direttori della sanità significa assumere un ruolo attivo quale interlocutore diretto, insieme agli altri Cantoni, le associazioni e gli enti nazionali attivi nel settore, delle Autorità federali. In un ambito economico in cui non regnano vere condizioni di mercato, le sfere d’influenza sono importanti. Sono spesso interessi economici puntuali a condizionare certi modelli e regole. In un simile contesto, è fondamentale, quale rappresentante di un Cantone, intervenire e vigilare affinché gli assicuratori malattie e i fornitori di prestazioni non traggano vantaggi a scapito dell’assicurato-contribuente.

Il prossimo anno entrerà poi in vigore in Ticino il nuovo sistema di finanziamento ospedaliero. Quali sono le principali novità ?
Il nuovo sistema estende il finanziamento del Cantone alle cliniche private riconosciute dalla pianificazione ospedaliera cantonale e introduce una nuova ripartizione dei costi delle strutture tra Cantone e assicuratori malattia. La quota parte a carico del Cantone per le cure stazionarie è stata fissata dalla Confederazione in un minimo del 55%. Tradotto in cifre ciò equivarrà a circa 85 milioni di franchi. La copertura del restante 45% spetterà all’assicurazione malattia. Le modalità di finanziamento delle prestazioni ospedaliere, secondo la suddivisione sopraccitata, avverranno in base a una struttura tariffale forfetaria uniforme in tutta la Svizzera (chiamata SwissDRG), negoziata dai partner tariffali, ossia fornitori di prestazioni e assicuratori malattia. L’assicurato avrà di principio il diritto alla libera scelta della struttura ospedaliera (sia essa pubblica o privata, ubicata in Ticino o nel resto della Svizzera, purché sia iscritta nell’elenco cantonale), ma non senza qualche restrizione: qualora un ricovero fuori Cantone non fosse autorizzato (perché la prestazione è offerta alle stesse condizioni anche in Ticino), lo Stato finanzierà solo il 55% della tariffa più bassa applicata in Ticino per il medesimo intervento. Chi desidera quindi godere di una libertà totale dovrà ricorrere a un’assicurazione complementare.

Consigliere di Stato, concludiamo questo intenso 2011 con un messaggio ai lettori di Popolo e Libertà...
È stato bello trasmettervi i miei brevi Beltrasms, ottima idea da parte della redazione, esperienza che continuerà nel 2012 con grande piacere. A tutti un augurio di buon Natale e un 2012 di felicità personale, famigliare e… popolare democratica. 

Intervista a cura di
Nathalie Ghiggi Imperatori
nathalie.ghiggi@popolo-liberta.ch

Il tanto discusso Preventivo 2012 e le sante alleanze

 Seduta fiume, interventi a go go, deputati con ogni tipo di ricetta in mano, ma mai sentiti prima a far proposte nelle commissioni. Un fiume in piena quello che abbiamo vissuto in Gran Consiglio in questi giorni. Come detto, un fiume con tanta acqua, ma che non ha dissetato nessuno. Il Preventivo è stato approvato da 40 deputati su 90.
Brillano per la loro astensione il Partito Socialista e la Lega. Quest’ultima, infastidita da un passaggio del discorso della direttrice del Dipartimento delle finanze - che ha rimproverato a Lugano di aver abbassato il moltiplicatore retroattivamente - ha voluto manifestare la propria disapprovazione nei confronti dell’onorevole Sadis. Una scelta legittima, certo, ma poco condivisibile e che ha messo in imbarazzo il collega leghista e relatore di maggioranza della Commissione della gestione Foletti, che ha lavorato con impegno e anche bene, considerata l’oggettiva impossibilità dei deputati di poter concretamente fare delle proposte incisive sul Preventivo.
Sull’altra astensione, quella dei socialisti, non c’è molto da dire. Dispiace, perché proprio i socialisti ci avevano invitati a una più che opportuna riunione di concertazione, dove avevamo firmato un accordo su alcuni punti poi ripresi nel rapporto sul Preventivo. La loro astensione è quindi da leggere più in funzione di protesta nei confronti del nuovo partito di maggioranza relativa, reo secondo loro di non assumersi le responsabilità, che non contro il Preventivo.
Al di là di queste considerazioni, occorre comunque fare alcune riflessioni, in particolar modo sul futuro politico (ma non solo) del nostro Cantone.
Quello che sta avvenendo oggi in Ticino è preoccupante, ma non è frutto unicamente di un dibattito politico particolarmente acceso, dove spesso si eccede e si va ben oltre le righe. In realtà, la guerra mediatica che da qualche tempo si consuma sui giornali, non è tanto o solo riconducibile alla scena politica, ma è in buona parte dovuta a interessi economici ed editoriali, parzialmente legittimi da una parte, di bottega dall’altra. Cito l’esempio del Caffè che si è inserito abbastanza recentemente nel dibattito e ha scelto di schierarsi da una parte ben precisa. Non l’ha fatto certo per idealismo o perché i suoi direttori siano contro la volgarità, ma per una questione di mercato. Infatti, non è di certo questo giornale a poter calare lezioni. Basti pensare - tanto per citare solo due esempi - alle vicende che hanno coinvolto il giudice Verda, che neppure sul letto di morte ha potuto godere di una piccola tregua e di umana pietà, oppure al tristissimo e privatissimo dramma famigliare dei coniugi Mantegazza, dato in pasto al pubblico con paginate di dettagli assolutamente inutili se non ad aumentare il dolore della famiglia per la perdita del figlio.
Quel che però preoccupa, non è tanto questo, quanto il fatto che si trascina spesso e volentieri la politica in diatribe che non la concernono direttamente, con l’unico scopo di nascondere altri interessi e avvelenando il rapporto tra chi si occupa della cosa pubblica e con una simile dinamica non c’entra assolutamente nulla. Creare a mezzo stampa alleanze, siano esse di fatto o fittizie, cercando addirittura di dividere il Cantone in due non è una tattica che abbocca. La responsabilità civile che oggi abbiamo come politici è enorme. E soprattutto, abbiamo il dovere di non lasciarci trascinare in questo vortice, mantenendo la nostra indipendenza di giudizio e una sana equidistanza da matrimoni - naturali o innaturali che siano - anche quando tutto questo potrebbe venir dipinto come conveniente.

Fiorenzo Dadò, deputato in Gran Consiglio e capogruppo
 

Non tradiamo lo sport

Lo sport modernamente inteso nasce alla fine XIX secolo in Inghilterra per promuovere nei giovani il principio del fair play, uno spirito di competizione e di collaborazione. Al modello inglese s’ispirerà De Coubertin, fondatore del moderno movimento Olimpico. Lo stesso periodo vede la nascita delle prime federazioni sportive, i manuali tecnici, i giornali sportivi di massa e insieme ad essi comincia a delinearsi il modello di sport a cui siamo abituati: lo sport business, spesso accompagnato da fenomeni negativi, quali la corruzione e il doping. Lo “sport tradito” l’ha definito il famoso giornalista sportivo Sandro Fioravanti.
Ma ci sono diversi modi di tradire lo sport: tra i più gravi c’è la violenza. Le manifestazioni sportive sono sempre più spesso teatro di sfoghi di rabbia da parte di una crescente frangia di sedicenti “supporters”, il cui scopo principale è sovente lo scontro violento contro la tifoseria avversaria, gli arbitri o addirittura contro le forze dell’ordine.
Ancora recentemente si è assistito ad aggressioni, scontri, risse, ferimenti, lanci di oggetti, di petardi, addirittura di grosse pietre; ciò è accaduto nonostante lo schieramento massiccio di forze dell’ordine. Sono atti assurdi e pericolosi! Rischiano di ferire seriamente bambini, anziani e veri sportivi che non chiedono altro che di godersi una partita in un clima di confortevole convivialità e di divertimento.
Molto spesso gli hooligan prendono di mira gli arbitri, che vengono insultati e/o malmenati. Chi si scaglia contro di loro probabilmente ignora che senza la loro presenza - sovente a titolo volontario - le partite non avrebbero luogo.
C’è chi tende a ricercare le motivazioni di tutta questa violenza al di fuori degli stadi attribuendola a fenomeni economici o sociali quali la disoccupazione, il disagio giovanile, nervosismi, istinto di aggressività represso, idee xenofobe, ecc.
È possibile! Ma al punto in cui siamo non ci si può più limitare alle riflessioni psicologiche o sociologiche. Tanto più che la violenza è spesso perpetrata da adulti, che magari durante la settimana indossano giacca e cravatta. I giovani ne subiscono il condizionamento.
Al punto in cui siamo è necessaria una tolleranza zero nei confronti dei violenti. Bisogna modulare la presenza delle forze di sicurezza in modo proporzionale alla dimensione dell’evento, implementare e rafforzare le misure anti-hooligan e le relative sanzioni già previste a livello di legislazione federale, attraverso una più alta responsabilizzazione dei club e se necessario la creazione di una black list dei facinorosi a cui non vendere più i biglietti di entrata.
Di recente il Gran Consiglio ha approvato una modifica della legge sulla polizia che permette agli agenti di filmare, in presenza di un presunto pericolo, i loro interventi nell’ambito di manifestazioni sportive e non solo. Questo dispositivo dovrebbe facilitare l’individuazione di chi commette atti di violenza. È necessario impiegare tutti i mezzi possibili in grado di debellare questo fenomeno. Si tragga nuovamente esempio dall’Inghilterra: se l’Inghilterra è riuscita a sradicare l’hooliganismo significa che ciò è possibile. Non solo è possibile, ma è doveroso. Ne va del bene e soprattutto del futuro dello sport. Se lo sport diventerà solo esperienza negativa, la sua fine sarà decretata! È la preoccupazione di una persona che ama e pratica da sempre lo sport.

Paolo Beltraminelli, consigliere di Stato

Scenari futuri della politica ticinese

In questi ultimi giorni si è molto parlato della successione di Walter Gianora alla presidenza del PLRT. L’argomento preoccupa evidentemente anche il PPD, interessato a ritrovare un dialogo con il partito liberale.
A questo proposito mi hanno preoccupato - anche se non mi hanno sorpreso - le affermazioni contenute nell’editoriale di Aldo Bertagni apparso sulla Regione Ticino lo scorso venerdì 25 novembre. “I liberali radicali - secondo il vice-direttore - devono essere in grado di rimettere l’orario della storia, ricordando magari il periodo fecondo che li vide alleati con i socialisti”.
Evidentemente, non si tratta semplicemente di un pensiero nostalgico, quanto piuttosto un progetto per il futuro. Persa da qualche mese la maggioranza relativa in Governo da parte dell’alleanza radico-socialista, il Consiglio di Stato in carica è già stato oggetto di alcune pesanti critiche; penso in particolare alla contestata decisione sul ristorno delle imposte alla fonte dei frontalieri. Occorre quindi, secondo una parte del PLR, ripristinare quanto prima quell’alleanza con i socialisti che nel passato è riuscita a imporre le proprie decisioni politiche. E l’appello è stato rivolto anche al PS per la scelta del nuovo presidente che, come si afferma nel citato editoriale, “non potrà certo trascurare la necessità di allacciare nuove alleanze alla sua destra, e con chi se non con il PLR? Magari - aggiunge il giornalista - allargando il consenso ai popolari democratici progressisti che ci sono, anche se non sembra perché sempre silenti. Troppo silenti”.
Se a questo aggiungiamo la manifesta sponsorizzazione di Gabriele Gendotti quale nuovo presidente del PLR da parte del quotidiano sopracenerino, non vi è più spazio per interpretazioni di sorta. L’idea è proprio quella di “radicalizzare” il PLR e di rafforzare un’alleanza con il PS per riprendere in mano il timone del Canton Ticino. L’operazione potrà anche riuscire; speriamo di no! Più difficile sarà attirare l’attenzione e l’interesse da parte di quelli che vengono inopportunamente definiti come “popolari democratici progressisti”. Come il PLR, anche il PPD è un partito interclassista, dove convivono, dialogano e si confrontano sensibilità politiche differenti, segnatamente quelle più attente alla crescita economica e quelle più coinvolte con i problemi sociali. Queste differenti sensibilità, nel PPD condividono tuttavia alcuni valori fondamentali, non sindacabili, quali il rispetto della vita, della famiglia, della libertà dei genitori nell’educazione dei figli, delle autonomie locali e delle associazioni e dell’iniziativa privata nell’ambito economico e sociale. Queste differenti sensibilità credono inoltre al principio della sussidiarietà, quale capacità dello Stato di valorizzare i corpi intermedi in grado di soddisfare i bisogni dei cittadini negli ambiti dell’istruzione, dell’educazione, dell’assistenza sanitaria e dei servizi sociali. I popolari democratici, compresi quelli “progressisti”, vogliono difendere e conservare i valori e le tradizioni che hanno costruito questo Paese.
Il mio personale augurio - che ancora una volta mi costerà la simpatia di qualche giornalista - è che il PLR possa ritrovare una dirigenza interessata a dialogare con il nostro partito piuttosto che con quello socialista.
 

Giovanni Jelmini, presidente cantonale PPD

Metà Ticino con Filippo Lombardi!

Con il ballottaggio di domenica 20 novembre sono terminate le elezioni federali. Il nostro Filippo Lombardi ha ottenuto un risultato strepitoso. 48'618 elettori ticinesi, quasi un elettore su due, hanno espresso la loro preferenza per il candidato popolare democratico. Invero, non è stato troppo difficile confermare il deputato agli Stati che in questi dodici anni ha cercato di promuovere e difendere a Berna gli interessi del Canton Ticino. Pensiamo, per fare qualche esempio, alla nuova ordinanza sulle lingue, che rafforza il plurilinguismo e introduce delle garanzie per l’assunzione di italofoni nell’amministrazione federale, all’aumento dei canoni d’acqua, che consente al Ticino di incassare 10 milioni l’anno, all’inizio dei lavori di scavo per la galleria di base del Ceneri a due tubi e all’apertura del cantiere della Ferrovia Mendrisio Varese, che servirà anche ad alleggerire il traffico automobilistico dalla frontiera a Lugano.
Il risultato premia quindi il grande impegno di Filippo per risolvere i problemi reali del Paese ma, se mi è consentito, premia anche un partito, il nostro, che ha saputo sostenere il proprio candidato in modo compatto, convinto e determinato, senza cadere nel tranello di chi nel corso della campagna elettorale ha cercato ancora una volta di dividere il Cantone nelle due posizioni estreme di destra e sinistra.
Il Partito Popolare Democratico, come affermiamo e dimostriamo da tempo, ha un proprio profilo, una propria idea sui valori fondamentali della persona, della famiglia e della comunità umana, come pure sul ruolo dello Stato.
Il PPD sostiene ad esempio l’iniziativa privata che deve essere incoraggiata, richiamando nel contempo gli imprenditori alla loro responsabilità sociale, perché la crescita torni a beneficio di tutti e non solo di pochi fortunati. Si tratta quindi di affermare sempre il primato del valore delle persone sui valori del mercato.
Il PPD si impegna da sempre per un’autentica politica della famiglia attraverso programmi di agevolazioni fiscali - vedi le iniziative popolari da noi proposte a sostegno delle famiglie - e misure volte a sostenere la coesione dei nuclei famigliari e la conciliabilità tra la vita professionale e il tempo dedicato alla famiglia.
Queste nostre posizioni - chiare e convinte - non possono essere semplicemente classificate di “destra” o di “sinistra”, come tenta di fare chi vuole semplificare la politica. Queste posizioni sono il frutto di riflessioni, di discussioni e di confronti di chi cerca di proporre delle soluzioni adeguate ai problemi dei cittadini di questo Paese. Dispiace quindi dover constatare come spesso l’attenzione mediatica sia più rivolta al gossip che ai contenuti del dibattito politico. E allora l’unico argomento della campagna elettorale che sembra interessare è quello relativo al ticket, piuttosto che le posizioni o il lavoro svolto dai candidati nelle scorse legislature a favore del proprio Paese o del proprio Cantone. In questo ballottaggio, gli elettori ticinesi hanno voluto superare la superficie del pettegolezzo, premiando il grande impegno che Filippo Lombardi ha sempre assicurato al Ticino. Un grazie quindi a tutti gli elettori - popolari democratici e non - che lo hanno sostenuto.

Giovanni Jelmini, presidente cantonale PPD

Federalismo è cooperazione

La discussione sul Preventivo 2012 del Cantone sta riaprendo un dibattito centrale per lo sviluppo futuro del nostro Paese. La situazione finanziaria cantonale sarà nel 2012 fortemente condizionata e gravata da nuovi e cospicui oneri riversati dall’alto: il finanziamento degli ospedali privati che comporta una spesa aggiuntiva di 85 milioni di franchi, il mancato riversamento dei benefici da parte della Banca Nazionale e la riduzione della quota cantonale sulla perequazione delle risorse che comportano minori introiti di 72 e rispettivamente 15 milioni. Già solo questi tre elementi creano un aggravio di 173 milioni a un conto di gestione corrente ben lontano dal pareggio strutturale. Costi non determinabili a livello cantonale e di fatto semplici aggravi diretti senza possibilità di confronto democratico.
Nell’ambito della discussione sul Preventivo è quindi legittimamente stato aperto il campo a una eventuale (auspicabile?) partecipazione dei Comuni a questa evoluzione di scarico di oneri da parte dell’autorità superiore.
Leggendo nel federalismo verticale (Confederazione-Cantoni-Comuni) principi di cooperazione e solidarietà, valori centrali dello sviluppo del nostro Paese, risulterebbe infatti implicito cercare soluzioni di ripartizione di queste nuove spese. Cantone e Comuni sono partner nella gestione dello sviluppo del Ticino? L’evoluzione finanziaria negativa del Cantone è pericolosa per il futuro dei Comuni medesimi?
I Comuni necessitano di un’autorità cantonale in salute finanziaria e capace di lavorare quale partner nella crescita del Ticino. Parimenti lo Stato centrale regionale, quindi il Cantone, abbisogna di Comuni forti, intraprendenti e capaci di far fronte a un crescente numero di compiti connessi alla prossimità al cittadino e alla gestione sostenibile della propria realtà territoriale.
L’odierna situazione ci pone di fronte a un bivio. L’immobilismo non è pagante, ma prima di agire occorre avere una chiara visione di quale sviluppo vogliamo realizzare nel prossimo decennio. Intraprendere una via di latente competizione volta a garantire una fiscalità al ribasso e la massima operatività alla propria realtà, intesa come Comune o Cantone? Oppure sviluppare una manovra volta a garantire una reale partnership tra i due livelli istituzionali con l’obiettivo di ottimizzare la ripartizione e lo svolgimento dei compiti, e di conseguenza la gestione dei flussi finanziari?
La domanda è aperta. Fermiamoci un momento e definiamo la via da intraprendere cogliendo la situazione attuale come un’opportunità. L’interesse superiore è quello di offrire ai ticinesi, e di riflesso alla Svizzera, una realtà nella quale il sistema Stato sia ben organizzato e sostenibile nella gestione finanziaria. Ci troveremmo nel paradosso se a livello comunale, con la diminuzione costante dei moltiplicatori, fossimo felici di pagare meno imposte, ma nel contempo il Cantone aumentasse il proprio prelievo fiscale, magari anche in maniera superiore di quanto abbiamo risparmiato a livello comunale.

 

Marco Romano, segretario cantonal e direttore Popolo e Libertà
 

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