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Una mano lava l'altra
La primavera è una delle stagioni dell'anno più belle perché coincide con la rinascita della natura. Questo effetto "biologico" si fa sentire anche sull'uomo, nella misura in cui durante i mesi di marzo, aprile e maggio l'attività fisica e mentale delle persone si rimette in moto. Non deve quindi stupire il fatto che ad inizio marzo alcuni esponenti socialisti e di area radicale abbiano deciso di costituire un'associazione di discussione chiamata "Incontro Democratico". Vivendo e credendo fermamente nei valori liberali e di autonomia del cittadino, non intravvedo nulla di male in questa nuova iniziativa. Anzi, ogni occasione di dibattito e confronto va salutata positivamente, nella misura in cui permette di discutere dei problemi reali del Paese. Semmai andrebbe ricordato che - per taluni - i valori democratici e liberali vengono inneggiati a piacimento, solo quando fa comodo, per poi trasformare tutto in statalismo al momento opportuno. Pertanto, avrei fatto a meno di chinarmi su questo tema dandogli ancora più importanza di quella che in realtà dovrebbe avere. Purtroppo però, vi sono diversi indizi che mi fanno diffidare sui reali scopi di tale associazione che si è professata aliena a qualsiasi finalità di tipo politico o elettorale. Infatti, non possiamo dimenticare che l'estromissione di Marina Masoni e l'elezione di Laura Sadis sia stata possibile solo grazie ai circa 6'000 (!) voti preferenziali giunti all'on. Sadis dal Partito socialista. Questa è la realtà dei fatti, che piaccia o meno, senza esprimere giudizi di merito sulle figure, che certamente rispetto e apprezzo, di Masoni e Sadis. In questo senso, mi sorge il dubbio che le finalità della costituenda associazione "Incontro Democratico" non si limiteranno a quelle di dialogare e discutere di temi generali, ma anche quelle di influenzare l'elettorato. I promotori di cotanta iniziativa smentiscono finalità politiche, ma purtroppo vi sono molti indizi che giocano loro contro. Ad esempio, un anno fa l'on. Gendotti in un'intervista aveva chiaramente affermato che non avrebbe sollecitato un nuovo mandato. A pochi mesi di distanza pare invece che il ministro leventinese sia ritornato - legittimamente - sui suoi passi. Forse che l'area radicale abbia annusato il rischio di perdere una "cadrega"? In questo senso, l'alleanza con i socialisti - suffragata dalla nascita di "Incontro Democratico" - permetterebbe di sostenersi a vicenda. Dal PS i voti per confermare l'on. Gendotti. Dai radicali il sostegno per chi dovrà sostituire l'on. Pesenti (che come sappiamo non si ricandiderà).
In sostanza: una mano lava l'altra. Inoltre anche la tempistica della nascita di "Incontro Democratico" lascia supporre che vi siano intrallazzi di questo genere, visto che mancano solo 12 mesi dalle votazioni cantonali!
Quale cittadino di questo cantone non mi sento di accusare gli attori di questa "messa in scena" in quanto sono convinto che ciascuno è libero di far quello che vuole nella misura in cui non denigra e/o ostacola la libertà altrui. Rimango però indignato se mi si vuole fare passare per fesso e farmi credere che "Incontro Democratico" non avrebbe secondi fini non dichiarati!
Al di là di ciò, rimango convinto che il PPD non si debba preoccupare di questi "inciuci", ma debba continuare a lavorare per risolvere i problemi dei cittadini di questo Cantone, discutendo con tutte le forze politiche che sono disposte a dialogare e trovare soluzioni in maniera trasparente ed alla luce del sole, senza bisogno di creare società o associazioni fittizie!
Raffaele De Rosa,
granconsigliere e membro Ufficio Presidenziale PPD
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Strade sicure!
Dall’inizio dell’anno cinque pedoni hanno purtroppo perso la vita sulle strade del nostro Cantone.
Ogni incidente ha la sua storia, la sua dinamica, le sue cause e responsabilità. Non si può quindi generalizzare e trarre conclusioni affrettate. Non si può però nemmeno, come si faceva un volta, parlare di fatalità, di sfortuna, di fattori imponderabili. L’esperienza insegna che c’è sempre una ragione che spiega perché una persona è morta sull’asfalto e quindi c’è sempre qualcosa da fare per migliorare le cose e per rendere le nostre strade più sicure.
Con questo spirito si lavora al progetto chiamato appunto “strade più sicure” che il Dipartimento delle Istituzioni ha avviato qualche anno fa (ne è responsabile operativo Davide Caccia).
Con la certezza che si può, anzi si deve, ancora migliorare ci siamo ritrovati recentemente con il collega Marco Borradori, direttore del Dipartimento del Territorio. Vogliamo promuovere un’azione congiunta fra i servizi dei rispettivi dipartimenti: al DI compete, per il tramite della polizia, il controllo del comportamento degli utenti della strada, al DT, la messa in opera della segnaletica e delle misure strutturali che disciplinano la circolazione.
Cercheremo di ottenere risultati in tempi brevi, anche se nessuno è in grado di escludere nuove tragedie.
Le statistiche ci dicono che anche in Ticino la situazione migliora, ma con ritmi più lenti e con risultati inferiori rispetto agli altri Cantoni, in modo particolare quelli della Svizzera tedesca. In questo senso, penso che ci sia ancora parecchio da lavorare sulla nostra “cultura” di utilizzatori della strada (e ciò vale per gli automobilisti, ma anche per i pedoni, per i ciclisti, per i motociclisti), molto latina e ancora troppo poco disciplinata. Per guadagnare qualche secondo rubiamo incoscientemente le strisce al pedone in procinto di attraversare, per guadagnare qualche metro attraversiamo la strada poco lontano dai passaggi pedonali.
Cambiare si può! Anzi, si deve! La cosiddetta “visione zero” è un’utopia, ma adoperarsi per ridurre il numero delle vittime della strada è un impegno politico prioritario che va perseguito con decisione!
Ho constatato che si sono moltiplicati gli inviti al Governo affinché si adottino misure di controllo e di moderazione del traffico, sia a livello cantonale che comunale (il tema, è bene ricordarlo, coinvolge anche gli amministratori locali). Sembra un buon segno. Un numero sempre più importante di persone, e anche di politici, ragiona finalmente in modo diverso e considera le misure di controllo e di gestione della circolazione non più, banalmente, come una semplice limitazione della libertà personale, ma come azioni necessarie per meglio tutelare la vita e l’integrità delle persone.
È questa la giusta direzione di marcia!
Luigi Pedrazzini, consigliere di Stato
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Gli elettori ticinesi rimangono sotto tutela
Ancora una volta una maggioranza risicata del Gran Consiglio (42 voti contro 38) ha respinto l’iniziativa parlamentare sul voto per corrispondenza generalizzato. Scopo dell’iniziativa era quello di favorire e facilitare l’esercizio del diritto di voto, che è un diritto fondamentale di ogni cittadino, il quale - a parere del nostro Gruppo e di molti giovani parlamentari - ha pure il diritto di essere messo in condizione di poter votare, senza la necessità e, talvolta, l’ostacolo di doversi recare al seggio. Del resto, già oggi, la maggior parte degli elettori ticinesi non si reca più al seggio per le votazioni preferendo esprimere la propria opinione e compilare la scheda da casa, a conferma che il voto per corrispondenza è uno strumento utilizzato e piuttosto gradito. Inoltre, si può e si deve ritenere che nel 2010 anche l’elettore del Cantone Ticino abbia ormai raggiunto la maturità, l’indipendenza e la capacità di decidere se esprimere il suo voto per posta o recandosi al seggio elettorale. Non sono dello stesso avviso sono i socialisti, i radicali e gran parte dei leghisti, che nel caso concreto hanno sostituito la “casacca” progressista con quella più conservatrice. Hanno respinto l’iniziativa, ritenendo che l’elettore ticinese per le elezioni debba ancora recarsi di persona al seggio. Il Ticino rimane quindi ancora oggi l’unico Cantone in Svizzera a non consentire il voto per corrispondenza nell’ambito delle elezioni. In tutti i Cantoni le limitazioni per l’esercizio del voto per corrispondenza sono state eliminate da tempo. In alcuni Cantoni si sta addirittura pensando di introdurre il voto elettronico o altre forme di voto che seguono i tempi e gli sviluppi della comunicazione e dell’informatica e che saranno sempre più utilizzate. Questo con buona pace dei nostalgici della penna e del calamaio e dell’introduzione artigianale della scheda nell’urna elettorale. L’iniziativa parlamentare - avversata come detto dalla solita alleanza radico-socialista, coadiuvata per l’occasione da una parte della Lega - intendeva semplicemente adattare la procedura di voto ai mutamenti sociali, alla prassi in vigore in tutti i Cantoni svizzeri e alle nuove necessità degli elettori, che non sempre hanno la possibilità o la facilità o anche più semplicemente la voglia di recarsi al seggio elettorale per esprimere il proprio voto. Il Parlamento ticinese ha perso un’altra occasione per fare un passo avanti, per togliere finalmente quella sorta di tutela nei confronti dell’elettore ticinese, che è perfettamente in grado di esprimere le proprie preferenze in modo libero, autonomo e indipendente, seguendo le proprie convinzioni e senza farsi condizionare. La proposta del voto per corrispondenza sarà comunque ripresentata e verosimilmente verrà approvata non appena il numero dei parlamentari ticinesi che guardano in avanti avrà superato il numero dei deputati che vivono del passato.
Giovani Jelmini, presidente cantonale
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Le regole del gioco ancora in discussione
In occasione della prossima domenica di votazioni, il 7 marzo, il popolo ticinese sarà nuovamente chiamato ad esprimersi su di un oggetto riguardante le regole del gioco del nostro sistema politico e istituzionale. Dopo la proposta di estensione delle legislature da 4 a 5 anni (nettamente respinta), si tratta ora di decidere se inserire nella Costituzione cantonale la facoltà di revocare il Municipio nel corso della legislatura, dopo la raccolta delle firme necessarie e il voto popolare.
Non mi soffermo in questa sede sugli argomenti di favorevoli e contrari alla creazione di questo nuovo strumento istituzionale - in parte già presentati nella cronaca a pagina 5 di questo numero di Popolo e Libertà - che troveranno spazio nelle prossime edizioni del nostro settimanale.
Il Comitato cantonale PPD - con una buona e motivata partecipazione - si è espresso lo scorso 10 febbraio (dopo un interessante dibattito tra i granconsiglieri Alex Pedrazzini e Luca Beretta Piccoli) in maniera chiara ed inequivocabile contro questa proposta. È lecito chiedersi se questa modifica risponda a una necessità importante, effettiva e sentita dalla popolazione. Ma soprattutto è necessario capire quanto tale bisogno sia condiviso e ritenuto urgente dalle centinaia di persone che con impegno e passione si dedicano alla gestione e alla crescita dei Comuni ticinesi. Personalmente ritengo che si tratti di un proposta poco condivisa. Temo che lo strumento possa creare reali difficoltà a chi si impegna per la cosa pubblica in forma volontaria e senza secondi fini, offrendo invece spazi e occasioni a chi agisce spinto da interessi personali. L’istituto della revoca dell’esecutivo - presente a livello cantonale mai utilizzato negli ultimi 120 anni - è uno strumento drastico per esprimere l’insoddisfazione della cittadinanza nei confronti del proprio esecutivo. Una misura tanto forte, quanto destabilizzante per il funzionamento dell’ente locale.
Esulando dagli argomenti specifici inerenti l’oggetto in votazione è possibile riscontrare nuovamente un dibattito sulle regole del gioco del nostro sistema politico. L’iniziativa si inserisce in un contesto di segnali preoccupanti. La disaffezione nei confronti dei Partiti, le liste civiche, la “lista delle liste civiche”, i movimenti politici “a tema”(aggregazioni, rifiuti, ecc.), il calo della partecipazione alle urne, la paralisi politica in alcuni Municipi a causa di scontri personali (vedi Bissone, Stabio, ecc.) sono sintomi di una situazione che richiede una presa di coscienza e responsabilità da parte di tutti. Cosa si cela dietro a questi fenomeni? Di certo non la volontà di chi si impegna a gestire e far crescere il nostro Paese. Piuttosto il perseguimento di altri interessi non meglio specificati, non sempre volti a risolvere i problemi.
Insicurezza, instabilità, volatilità e litigiosità, stanno pericolosamente sostituendosi a quei fondamenti e quei valori che sono stati e devono essere i principi cardine del nostro sistema politico: la responsabilità, la concordanza, la rappresentatività, il rispetto per le minoranze, la capacità di costruire e realizzare. Questa involuzione va fermata.
Riprendendo il messaggio lanciato in occasione del Comitato cantonale dal presidente Giovanni Jelmini:“ogni tanto dobbiamo anche però ricordarci della qualità di vita che offre il nostro Paese. E a chi fa finta di non accorgersene, a chi dipinge di solo nero il Ticino e la Svizzera, proponiamo volentieri un soggiorno prolungato all’estero”. Quale elemento della qualità di vita va considerato anche il funzionamento del nostro sistema democratico e politico. I problemi reali cui sono confrontati i cittadini, sono lontani e diversi dai conflitti che sorgono nei Municipi, o all’interno e tra i Partiti. Va ricordato a chi opera in politica e, a volte purtroppo, se ne dimentica.
Marco Romano
Segretario cantonale e direttore Popolo e Libertà
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La salute inizia dalla ricerca
La salute individuale e quella collettiva dipendono dalla ricerca sull’essere umano intesa in senso lato quale ricerca con persone, ma anche su materiale biologico di origine umana (cellule, liquidi corporali, tessuti ecc.) nonché embrioni e feti, come pure dati umani relativi alla salute, nonché la ricerca su persone decedute.
L'articolo costituzionale in votazione il 7 marzo prevede che "il principio della dignità umana, in quanto diritto fondamentale, gode di una protezione assoluta" e assicura parallelamente la libertà di ricerca.
Una formulazione che crea finalmente una base di regolamentazione della ricerca medica in modo uniforme in Svizzera, con l’obiettivo di promuoverne qualità e trasparenza, con la consapevolezza che la ricerca è fondamentale per l’evoluzione.
Testare un nuovo medicamento o un vaccino, mettere a disposizione a scopi di ricerca materiale biologico (sangue, cellule, tessuti, ecc.) o dare anche semplicemente delle informazioni sulle proprie abitudini alimentari, sui dati genetici personali rientra nella ricerca sull’essere umano ed è indispensabile per poter ottenere nuove conoscenze da offrire a beneficio della popolazione.
Alle camere federali qualche critica all’articolo costituzionale vi è stata ed è stata incentrata sulla questione dell’ammissibilità del coinvolgimento delle persone incapaci di discernimento (per esempio bambini in tenera età, persone affette da demenza, malati mentali) nella ricerca. L’articolo costituzionale è comunque chiaro e stabilisce che nell’ambito della ricerca su questa categoria di persone debbano essere soddisfatti requisiti di tutela più elevati. In effetti secondo questo articolo costituzionale, le persone incapaci di discernimento possono partecipare ad un progetto di ricerca solo se non è possibile ottenere risultati equivalenti con persone capaci di discernimento. Per esempio la ricerca sulle malattie infantili può essere svolta per lo più solo con i bambini. Inoltre i risultati della ricerca devono essere utili per la persona che vi partecipa e per le persone affette dalla stessa malattia. Invito quindi a votare si con convinzione a questo nuovo articolo costituzionale, che garantisce la tutela della dignità e della personalità dell’essere umano nell’abito della ricerca, riconosce l’importanza della stessa per la salute della popolazione e stabilisce limiti chiari e unitari a livello nazionale, consentendo di rispettare allo stesso tempo gli standard internazionali.
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Il Crocefisso resti dov’è!
Un fatto di cronaca minuta, per certi versi pittoresca, (ri)porta alla ribalta il tema fondamentale dell’identità del nostro Paese. Il Municipio di Cadro, quasi 20 anni dopo la celebre sentenza del Tribunale federale con cui gli veniva imposto di togliere il Crocefisso dalle aule scolastiche, ha deciso di farlo tornare in un corridoio delle scuole. La decisione, checché ne dicano certuni, non ha nulla di illegale e coglie anzi un velato “suggerimento” del Tribunale federale, il quale - proprio in quella famosa sentenza - specificò che “il giudizio sarebbe forse stato diverso ove si fosse trattato di statuire sulla presenza del crocifisso nei locali scolastici adibiti ad uso comune, come ad esempio l'atrio, i corridoi, il refettorio” (DTF 116 Ia 252, consid. 7c). La nostra Suprema Corte aveva in effetti spiegato il divieto con il fatto che una “presenza costante” del crocefisso avrebbe potuto ledere il sentimento religioso di quanti non si riconoscono nel cristianesimo. Determinante non è quindi stato il Crocefisso in sé, ma piuttosto la sua costante “presenza” durante le lezioni. Del resto, il Tribunale federale ha giudicato “del tutto comprensibile” che lo Stato testimoni la propria “sensibilità […] al fenomeno religioso e alla civiltà cristiana”, e il proprio “attaccamento alla tradizione e ai fondamenti cristiani della civiltà e cultura occidentale” (consid. 7b). La neutralità religiosa dello Stato, principio sacrosanto e indiscutibile, ha piuttosto per effetto di impedire che l’autorità pubblica manifesti “in ogni circostanza, nell’ambito dell’insegnamento, il proprio attaccamento ad una confessione”. Lo Stato non deve quindi temere di riconoscere i fondamenti della nostra civiltà, verso i quali è anzi legittimo un certo attaccamento, ma deve farlo con una certa moderazione, così da non urtare nessuno. Senza la pretesa di anticipare il giudizio di un’eventuale autorità che dovesse pronunciarsi sul tema, mi sembra evidente che un crocefisso in un corridoio, rispetti senz’altro quel senso di misura identificato dal Tribunale federale per giudicare l’ammissibilità di segni religiosi in uno spazio pubblico. E tuttavia sembra che per certuni sia intollerabile anche questo piccolo, quasi impercettibile segno di attaccamento ai fondamenti della nostra civiltà. Faccio fatica a credere che dietro a queste opposizioni ci sia l’aspirazione di preservare i diritti costituzionali, peraltro neppure messi in discussione. Come in altre circostanze, intravedo, purtroppo, l’incapacità di alcuni di scrollarsi di dosso un odio ideologico, irrazionale, stantio nei confronti del cristianesimo e della Chiesa. Forse queste resistenze possono però essere superate. Il voto contrario ai minareti, almeno stando al parere di molti sostenitori dell’iniziativa, è in parte stato motivato con il tentativo di salvaguardare l’identità del nostro Paese. Cadro è l’ideale banco di prova per confermare la sincerità di quelle argomentazioni e dimostrare che questa preoccupazione identitaria non si traduce solo in divieti, che è la strada più facile, ma anche con affermazioni positive. Ad opporsi al Crocefisso non sono peraltro i musulmani, che pure avrebbero qualche motivo di ripicca, ma i soliti infelici che ritengono insopportabile che altri trovino sollievo e conforto nella presenza amorevole del Cristo in croce. Sarebbe un grave errore se per assecondare l’intolleranza astiosa di pochi si rinunciasse ad un simbolo che, al di là della connotazione religiosa, è un elemento fondamentale e fondante della nostra storia, cultura e identità.
Maurizio Agustoni, presidente Generazione Giovani
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Locarnese: la lezione del sondaggio
Un sondaggio ha un valore relativo. Meglio quindi prenderne i risultati “con le pinze” e mai ricavarne risposte definitive (non sono passati molti mesi dalla clamorosa sconfessione delle previsioni fatte dagli specialisti in merito alla votazione popolare sui minareti). In questo senso, non intendo enfatizzare il positivo riscontro del sondaggio che il mio dipartimento ha recentemente commissionato sull’atteggiamento dei locarnesi nei confronti dei progetti di aggregazione. Credo però che dai dati si possano trarre alcune indicazioni chiare.
In primo luogo appare evidente che la popolazione del Locarnese è pronta per confrontarsi sul tema. La stragrande maggioranza delle persone che hanno ritornato il questionario sa di cosa si sta parlando e ha idee sufficientemente chiare sugli obiettivi generali di un progetto di aggregazione.
Si tratta ora di mettere a disposizione della cittadinanza progetti concreti. Parlo di progetti al plurale, e non di uno soltanto, perché il sondaggio porta a escludere che in tempi brevi possa esserci consenso per la cosiddetta “grande Locarno”. Può essere invece senz’altro giocata la partita sulla sponda sinistra per un’aggregazione fra Locarno, Minusio, Muralto, Orselina, Brione, Mergoscia e Tenero, così come può essere sottoposta in votazione consultiva l’aggregazione del Circolo delle Isole.
Da un punto di vista strategico a dire la verità non è entusiasmante l’ipotesi di avere domani due città nel Locarnese. Piace però ancora meno lo statu quo, fonte di un costante deterioramento della regione, sia per ciò che concerne la gestione del territorio sia per quanto tocca lo sviluppo economico.
Un altro elemento che emerge dal sondaggio è un tendenziale scollamento fra il modo della gente di vivere la realtà locale e quello di una parte degli amministratori comunali. Credo di poter dire che molti cittadini si sentono ormai partecipi di una città che va oltre i confini del proprio Comune, e avvertono la necessità di una “governanza” locale coerente con questa realtà. Gli amministratori comunali, o almeno buona parte di loro, ragionano invece entro la dimensione più ristretta del proprio specifico Comune. È anche abbastanza normale, e di per sé non negativo, che ciò avvenga dal momento che hanno ricevuto un preciso mandato politico di carattere locale. Questa forte identificazione comunale (si potrebbe dire definire “municipale”) diventa però negativa quando l’amministratore locale si adopera per impedire che un progetto d’aggregazione si traduca in una votazione consultiva. Nel Locarnese è già successo e forse succederà ancora (e anche per questa ragione gli studi di aggregazione in corso hanno subito un certo rallentamento).
Dopo la pubblicazione dei dati dell’odierno sondaggio va però detto con chiarezza che un ostruzionismo di questo genere si configurerebbe come un comportamento poco democratico e poco attento all’istanza di cambiamento condivisa da una parte importante della popolazione.
Dal sondaggio - come detto - non esce un responso definitivo, ma sicuramente se ne deve ricavare l’invito a creare le premesse affinché la popolazione possa finalmente esprimersi!
Luigi Pedrazzini, consigliere di Stato
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Riversioni: è tempo di decidere!
Da oramai quasi 7 anni il Gran Consiglio è confrontato con il problema della riversione degli impianti della Calcaccia e della Morobbia.
Di cosa di tratta? Il tema è indubbiamente complesso ma tenterò di spiegare in modo semplice i termini della questione. Nel 1974 e rispettivamente nel 1967 il Consiglio di Stato aveva rinnovato ai Comuni di Airolo e di Bellinzona la concessione per lo sfruttamento delle acque tramite le centrali idroelettriche della Calcaccia e della Morobbia. Tali concessioni sono nel frattempo giunte a scadenza (per la Calcaccia nel 2003, mentre per la Morobbia ciò avverrà alla fine del 2010). Facendo uso della facoltà prevista dalla Legge cantonale sull’utilizzazione delle acque (LUA), i due Comuni interessati hanno tempestivamente inoltrato la domanda di rinnovo della concessione per lo sfruttamento delle acque tramite le suddette centrali. Da parte sua il Consiglio di Stato, con due messaggi che risalgono al 2003, rispettivamente 2004, propone di non rinnovare le concessioni e quindi di attuare la riversione di entrambe gli impianti, che verrebbero quindi consegnati all’AET per gestirli in proprio. Il Comune di Airolo si è da subito opposto con fermezza e determinazione a questa soluzione, mentre Bellinzona, dopo aver intavolato delle trattative con Cantone e AET, ha recentemente rifiutato la proposta di accordo, confermando quindi la domanda di rinnovo della concessione.
A questo punto, non vi dovrebbero essere più ostacoli affinché la Commissione energia affronti finalmente questo delicato e spinoso tema.
A prescindere dalla questione sulla proprietà delle acque (sulla quale si esprimerà, se del caso, il Tribunale federale), la posizione al riguardo del Gruppo PPD è sempre stata chiara. Siamo favorevoli al principio della riversione al Cantone degli impianti che sfruttano le acque ticinesi, facendo tuttavia un distinguo ben preciso: se una concessione è detenuta da un Comune (come nel caso appunto della Calcaccia e della Morobbia) che la utilizza da quasi un secolo per turbinare le proprie acque, occorre procedere ad una ponderazione degli interessi pubblici in gioco, come del resto prevede la LUA. Ponderazione che nel caso concreto riveste un ruolo fondamentale e che dapprima il Governo cantonale ha maldestramente cercato di aggirare inserendo, senza alcuna base tecnica o giuridica (e quindi in modo arbitrario), la soglia dei 3 megawatt nel messaggio sulla centrale di Ponte Brolla, al quale ha fatto seguito l’iniziativa Carobbio e confirmatari che postula di fatto la riversione automatica di tutti gli impianti tramite una modifica legislativa. Orbene, sia nel caso della Calcaccia che della Morobbia, questa procedura ponderativa è stata manifestamente disattesa, dimenticando che siamo di fronte a due enti pubblici, che sfruttano in proprio e in modo razionale ed economico le acque del loro comprensiorio, coprendo per altro solo una parte del fabbisogno della popolazione ivi residente. V’è allora da chiedersi che senso abbia sottrarre a questi Comuni lo sfruttamento delle proprie acque, che rappresenta per i medesimi una imprescindibile risorsa finanziaria, per trasferirlo all’AET? A mio avviso nessuno! La politica energetica cantonale, visto che assieme gli impianti della Calcaccia e della Morobbia costituiscono ca. l’1.26% della potenza installata in Canton Ticino, non può di certo essere pregiudicata se Airolo e Bellinzona continueranno a gestire anche in futuro i loro impianti. Non da ultimo, operando quella per molti appare una forzatura, andremmo inevitabilmente incontro ad una contrapposizione fra i Comuni interessati (che non mancheranno di trovare numerosi alleati) e il Cantone, in un momento in cui i rapporti fra questi due livelli istituzionali appaiono già abbastanza tesi. Sappiamo tutti che l’obiettivo delle politica delle riversioni potrà essere realizzato solo quando (fra 30-40 anni!) giungeranno a scadenza le concessioni dei grandi impianti di proprietà delle Partnerwerke. Cosa succederà a quel momento nessuno è in grado di dirlo: troppe le incognite che gravano su questa operazione. Rinnovare le concessioni di Calcaccia e Morobbia è quindi un atto di equità, di rispetto delle realtà locali e, non da ultimo, anche di buon senso. Il Gruppo PPD si batterà fino in fondo affinché ciò avvenga.
Fabio Regazzi, granconsigliere e membro dell'ufficio presidenziale PPD Ticino
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E se ci occupassimo del futuro del Ticino?
A poco più di un anno dal rinnovo dei poteri cantonali, c’è già chi sta cercando di mettersi in mostra per attirare l’attenzione dell’elettorato con largo anticipo. Penso alle recenti uscite del capogruppo del PS, Raul Ghisletta, che se la prende con i cosiddetti Partiti di centro rimproverandoli d’immobilismo, come se il suo Partito brillasse per dinamismo. Penso alle dichiarazioni di Giuliano Bignasca e Lorenzo Quadri che minacciano le loro improbabili dimissioni dal Municipio di Lugano.
Il momento di crisi che stiamo attraversando suggerisce di non pensare unicamente alle strategie e al marketing elettorale in vista delle elezioni del 2011, ma piuttosto di pensare e possibilmente realizzare qualche idea e qualche misura utile a sostegno dell’economia e dell’occupazione del nostro Cantone. Le aziende ticinesi che fanno capo al lavoro ridotto sono infatti sempre più numerose, il tasso di disoccupazione aumenta, così come aumenta la difficoltà per i giovani di trovare un primo impiego. La perdita di posti di lavoro nel settore finanziario causata dallo scudo fiscale sarà dolorosa e avrà ripercussioni pesanti nei prossimi anni. Di fronte a questo scenario non possiamo restare inattivi e non possiamo neppure limitarci a protestare contro le autorità federali, poco sensibili o poco informate sui problemi particolari del nostro Cantone. O contro le autorità italiane, preoccupate a risolvere i propri innumerevoli problemi, utilizzando anche metodi poco rispettosi delle libertà individuali dei loro e dei nostri cittadini.
Nel corso del Congresso tenutosi a Cadempino lo scorso 14 novembre 2009, il nostro Partito ha lanciato qualche proposta intesa ad affrontare attivamente questo momento di difficoltà. Abbiamo invitato il Consiglio di Stato a voler costituire un gruppo di lavoro strategico con l’incarico di valutare le conseguenze della crisi economica dal profilo dell’occupazione, della socialità e delle entrate fiscali, di indicare le misure più urgenti da adottare e di elaborare un piano di rilancio dell’economia.
Abbiamo chiesto di promuovere concretamente il nostro territorio e le nostre condizioni quadro favorevoli (sicurezza, ordine, qualità dei servizi) attraverso una chiara e mirata strategia di marketing e acquisizione per attirare in Ticino aziende e business ad alto valore aggiunto e innovazione nel settore secondario e terziario (biotech, medicina, energie alternative, Asset Management, consulenza, ecc.). Abbiamo proposto - perché è urgentemente necessario - di rafforzare i servizi di orientamento professionale e coinvolgere gli operatori economici operativi sul nostro territorio per meglio indirizzare i giovani sulle opportunità che offre il mercato del lavoro indigeno, oggi radicalmente cambiato a seguito della crisi. Su questo importante aspetto proporremo peraltro una serata pubblica di riflessione il prossimo 26 marzo 2010 a Lugano. Abbiamo pure chiesto di voler intervenire per tutelare l’occupazione indigena, scoraggiando situazioni di concorrenza indebita ad opera di nuove entrate di manodopera estera e di lavoratori distaccati.
A distanza di due mesi, rilanciamo queste proposte nella consapevolezza che urge una seria riflessione sul futuro del nostro Cantone, sulle opportunità e sulle potenzialità che dobbiamo sfruttare per affrontare al meglio questo momento di crisi. Siamo infatti convinti che la difficoltà, se affrontata con dinamismo e creatività, può rappresentare un’opportunità.
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Un Paese in marcia!
Puntualmente, con l’inizio dell’anno, il Consiglio federale ha pubblicato il tradizionale ritratto di squadra. Capitanato da Doris Leuthard, il Governo federale - dopo un 2009 contraddistinto da parecchi momenti di immobilismo e sconfitte - si presenta al Popolo svizzero in veste dinamica e proiettata in avanti, in marcia. Traspare chiaramente l’obiettivo, la volontà di portare il Paese a “giocare” con efficacia e successo sia le numerose sfide in sospeso, sia quelle nuove da affrontare nel corso dell’anno. Urgono infatti un rinnovato dinamismo e immediati successi per trovare soluzioni ai complessi problemi interni (costi della salute, mobilità, assicurazioni sociali), ma anche per (ri)-dare alla Svizzera un ruolo e un’immagine d’eccellenza a livello internazionale. L’Esecutivo federale in marcia dovrà traghettare il nostro Paese in quest’epoca di grandi mutamenti sociali badando a difendere quanto realizzato dalle generazioni passate e sviluppando un’azione politica solida nel presente. A marciare non dovrà tuttavia essere solo il Consiglio federale, bensì tutta la classe politica dirigente nazionale e cantonale.
L’ultimo anno ha mostrato purtroppo spesso una classe dirigente - sia politica, ma anche economica - incapace di reagire immediatamente alle sfide; non sufficientemente pronta a rispondere agli attacchi e incapace di offrire al Paese progetti e idee atte a realizzare le opportunità di cui la Svizzera dispone. La problematica è generale ed estendibile anche al livello cantonale. A mancare sono uno slancio oltre il problema e l’interesse particolare, così come la volontà di marciare compatti nella direzione di un progetto globale per il nostro Paese nel prossimo decennio. Il pessimismo e la diffidenza - mali “tradizionali e radicati” che contagiano troppo spesso anche l’intera popolazione - vanno superati con slancio; a marciare in avanti, come il Consiglio federale della fotografia, devono essere tutte le componenti socioeconomiche della nostra Svizzera. Un Paese che cammina dinamico per disegnare il suo futuro deve essere pervaso da ottimismo, nella convinzione che le opportunità vanno realizzate e i problemi hanno una soluzione, se affrontati al di sopra dell’interesse particolare. Passo dopo passo - con un PPD capace di assumere e condividere responsabilità di condotta - alla pari del Consiglio federale, è lecito aspettarsi che tutta la classe dirigente elvetica nel 2010 sappia, insieme al Popolo, superare gli ostacoli che si presenteranno sul percorso. Nella politica nazionale l’asse “Zurigo-Berna-Ginevra” non deve dimenticare che a sud delle Alpi vi è una regione tanto fondamentale per lo sviluppo storico del nostro Stato federale quanto centrale per la crescita economica odierna.
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