12.01.2012
La battaglia di PISA
Come analizzare i dati emersi dallo studio?
È ormai abituale: ogni volta che viene pubblicato un rapporto sui dati forniti da ricerche internazionali sulla scuola, si scatena la bagarre: docenti che si sentono offesi per gli insuccessi, genitori preoccupati per il futuro dei loro figli, politici che cavalcano l'argomento in chiave politica e conducono un attacco al Dipartimento. È successo anche questa volta, per il rapporto, pubblicato lo scorso dicembre, che ha estratto i confronti fra i Cantoni e fra le regioni linguistiche della Svizzera dai dati forniti dallo studio PISA ("Programme for International Student Assessment"), organizzato nel 2009.
Il peso scientifico della ricerca, la sua ampiezza che è rappresentativa di tutti i paesi industrializzati, il suo carattere di ufficialità sono elementi che hanno assicurato a questi dati un'eco mediatica al di sopra delle righe. In particolare si è sentito qualche giornalista, che non aveva ancora letto il rapporto, farne occasione di polemica e di irrisione; e soprattutto qualche politico, che il rapporto non lo leggerà mai, utilizzare senza ritegno i soli dati globali per concludere su una "ennesima batosta" e una "raffica di bocciature" per la scuola ticinese. Il Dipartimento ha dimostrato finora solo un certo imbarazzo e si può ben capire che sia ormai stufo di dover precisare tutte le volte che i dati vanno presi nel loro complesso, comprese quindi le spiegazioni già insite nello stesso rapporto.
Personalmente, senza volermi spingere fino a contestare il valore scientifico di questi dati, ho già in passato espresso qualche dubbio e qualche reticenza. Voglio dire che, proprio perché l'operazione di rilevamento si svolge a livello planetario, mi pare che non sia così agevole garantire che a tutti gli allievi siano offerte le stesse identiche condizioni nella somministrazione dei test. Le competenze degli esperti che hanno preparato i test e la buona fede di coloro che li hanno corretti sono fuori di discussione: ma non si può negare che ogni esperto è legato alla sua cultura e che per ogni verifica esiste un sia pur limitato margine di valutazione personale. Mi conforta in questi dubbi la lettura della bibliografia alla fine del documento: i rapporti ufficiali che danno conto delle precedenti edizioni della verifica PISA sono opportunamente pubblicati anche in italiano; per contro la scelta bibliografica di carattere scientifico è rigorosamente limitata alla lingua tedesca e all'inglese.
Un altro interrogativo può sorgere sui criteri di scelta delle scuole e delle classi partecipanti: so che per principio mirano ad assicurare una equa ponderazione fra i vari tipi di scuole, eppure, malgrado tutto, devo constatare che gli allievi della Svizzera romanda e del Ticino sono presenti nella misura di circa il 35% della popolazione scolastica totale, mentre gli allievi della Svizzera tedesca rappresentano meno del 14 % della popolazione scolastica potenzialmente convocata: mi sembra difficile trovare una motivazione per questa differenza.
Detto questo, sono ben lontano da voler concludere che i dati forniti dal programma PISA debbano essere buttati al macero.
Il fatto che gli allievi ticinesi si siano collocati, come altre volte, agli ultimi posti fra i Cantoni svizzeri in tutti e tre gli ambiti esaminati (le competenze in lettura, la matematica e le scienze naturali) è certamente motivo di delusione e deve essere esaminato con attenzione critica, ma anche senza isterismi: tenendo sì conto della minore età degli allievi (in media, secondo il rapporto, circa 8 mesi), ma soprattutto del fatto che siamo comunque in ogni caso o sopra o appena al di sotto della media internazionale. In gergo ciclistico, si potrebbe dire che si tratta di posti verso la coda in un plotone che è tuttavia ben piazzato nella classifica generale. Allora la domanda diventa: esiste per la scuola ticinese un margine di miglioramento per quanto riguarda la preparazione degli allievi, senza tuttavia venir meno al criterio fondamentale di voler perseguire quell'integrazione di tutti gli allievi che già lo studio PISA segnala fra i suoi aspetti positivi.
Io sono convinto di sì e sulle pagine del Popolo e Libertà ho già avanzato qualche proposta in merito (Cfr. PeL, 30 settembre 2011). Punto di partenza dovrebbe essere, per intanto, che il DECS prenda l'iniziativa di un esame approfondito dei risultati, chiamando a riflettere non solo i suoi funzionari, ma tutte le persone che alla conoscenza dei problemi siano in grado di abbinare l'interesse disinteressato per i problemi scolastici. Ma non si dovrà dimenticare, come ha ben notato il prof. Diego Erba in un articolo molto equilibrato sull'ultimo numero Scuola Ticinese (307, novembre-dicembre 2011), che i dati dello studio PISA sono solo uno degli elementi su cui riflettere.
Giorgio Zappa