04.02.2010
Il trionfo degli spioni
L'articolo settimanale del rubrichista CiscoKid
È molto peggio di un terremoto. Uno sconquasso. Si stanno minando le fondamenta stesse di questo Paese, che tanto prestigio s’è conquistato nei secoli. Ma così vanno le cose. Le difficoltà economiche, i grandi deficit pubblici di nazioni come la Germania e l’Italia ci stanno mettendo in enormi difficoltà. Vogliono denaro liquido, molto, e non sapendo dove prenderlo mettono in subbuglio l’ordinamento bancario elvetico. È noto quel che ha fatto (e ancora farà) Giulio Tremonti con i soldi degli italiani depositati in Svizzera; sono state perfino installate videocamere di sorveglianza alle dogane per controllare chi passa, chi entra ed esce, chi si dirige negli istituti finanziari. Lo stato italiano piange miseria, con un debito in costante crescita e le molte cose che il Cavaliere dice di voler fare. Ma per riuscirci ci vuole denaro e allora va a prenderlo dove può, in modo lecito e illecito. Altrettanto vuol fare la Germania, pure alle prese con gravi problemi. Non è un caso che nel Land del Nordreno Westfalia si avvicinano le elezioni, dove la disoccupazione strabocca. Che c’è di meglio dell’alzare la voce, come ha fatto la cancelliera Merkel e prendersela con la Svizzera che favorisce la frode e l’evasione fiscale? Come se la colpa della situazione economica di questi paesi dipendesse da chi ha messo al sicuro i propri capitali all’estero. Sono pronti a pagare per avere i nomi degli evasori. La domanda c’è, l’offerta anche, perché non approfittarne?
C’è chi dice che la responsabilità prima di questo guazzabuglio sia del Consiglio federale, incompetente, inconcludente, farragginoso. Il povero tesoriere Merz è accusato di biascicare le parole, di tacere quando dovrebbe parlare e viceversa. I banchieri, specialmente quelli dell’agglomerato zurighese, non lo possono più vedere. Si è scatenata una battaglia tra politica e finanza. Titubanza. Mancanza di chiarezza. E ci si mette pure uno che fino a qualche anno fa vestiva l’abito del ministro delle finanze, Villiger, che oggi sta dall’altra parte e chiama in causa il governo, dicendo che la soluzione del conflitto la devono trovare gli Stati, non le banche, e neppure i tribunali. Stiamo sperperando un patrimonio di credibilità, di ammirazione. Una fortuna gettata alle ortiche. Che sia un tantino colpa di un segreto bancario mal gestito? Ci ha reso ricchi, potrebbe lasciarci in mutande.
Gli spioni e le “accompagnatrici” (si fa per dire) vanno alla grande. Vengono adoperati in tanti campi della nostra società, perché non nelle banche? Li usa la polizia per smantellare bande di criminali, li usa la politica per mettere in cattiva luce l’avversario, li usano i servizi segreti per mandare all’aria organizzazioni terroristiche, li usa l’industria per carpire segreti commerciali, li usa un coniuge per sapere finalmente se l’altro gli fa le corna. Perché non dovrebbe usarli il fisco di un paese per avere i nomi degli evasori? È disposto a pagarli profumatamente. Eppoi, proviamo a metterci nei panni del solerte e indefesso impiegato bancario: dopo aver visto i dirigenti senza scrupoli andarsene con le tasche piene, dove aver visto disonesti presidenti di consigli di amministrazione uscire di scena con bonus e strabonus, come condannarlo se in un anelito di giustizia offre i propri servigi al campo nemico? Sarà pure una spia, ma c’è qualcosa di onesto in lui, non si può negarlo.
Questo è un paese di fronte a nodi che vengono al pettine. Abbiamo paura a offrire ospitalità a due poveri cristi uiguri che escono dal famigerato carcere di Guantanamo. Per non irretire una potenza come la Cina, con cui ci apprestiamo a fare un grande accordo, preludio di grandi affari. E pensare che siamo depositari delle Convenzioni internazionali sui diritti umani. Ci siamo vergognati di mandare un ministro a stringere la mano a quel sant’uomo di un Dalai Lama, sempre per non indispettire Pechino, e abbiamo mandato l’allora nostra presidente del Consiglio nazionale, che ne è uscita a testa alta. Adesso che Barack Obama ha detto che incontrerà la guida spirituale tibetana, facendosi un baffo delle rimostranze cinesi, forse ci sentiremo un tantino più coraggiosi e la prossima volta potremmo portarlo financo nell’emiciclo del Nazionale, a Camere federali riunite. O ci vergogniamo ad ascoltare uno che parla di pace, fratellanza, gioia di vivere?
Sì, il Consiglio federale è messo maluccio. Ma ne abbiamo ancora uno, ed è rappresentativo delle forze in campo, bene o male. Potrebbe non essere più così il giorno che ad eleggerlo fosse il popolo, come chiede l’iniziativa lanciata dall’UDC, suonando la grancassa. Porterà avanti questa richiesta per tutto l’anno e metà del prossimo. Non c’è dubbio che le firme saranno raccolte a iosa, come sempre capita quando l’arruffapopolo di turno sale sul mirtillo. Un Consiglio federale eletto col sistema maggioritario, e un contentino alle minoranze latine. Vedremo come si metteranno le cose. Per intanto io mi fermo a Blocher, che non è più niente ma conta molto. Lui l’altra sera in tivù si è scagliato a muso duro contro la Gemania per la questione dei conti bancari dei tedeschi e di tutto l’ambaradan che sta emergendo. S’è scagliato anche contro il Consiglio federale. Se l’è presa perfino con l’ex capo dell’esercito Roland Nef, finito in disgrazia e oggi alla ricerca di un lavoro qualsiasi per sbarcare il lunario. Non lo trova e si dice vittima di un complotto. Tieni la bocca chiusa - gli ha detto in sostanza Blocher - e un lavoro te lo darò io. Anche questa è storia di spioni.
CiscoKid
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