29.10.2009

Discussioni costruttive

Il PPD ha approfondito gli oggetti in votazione popolare il prossimo 29 novembre

 “Credo che - ancor prima della questione minareti - siamo chiamati a difendere la nostra identità cristiana da un processo di avanzata secolarizzazione, che talvolta degenera in secolarismo intollerante e che, anche fuori dal nostro Paese, sta ormai facendo perdere le radici cristiane dell'Europa, negate in sede istituzionale e in alcuni ambiti della società” così il presidente Giovanni Jelmini ha concluso il suo intervento di saluto al comitato cantonale del Partito che si è tenuto mercoledì 21 ottobre a Mezzovico-Vira.


I Popolari Democratici si sono riuniti per parlare, oltre dell'oggetto in votazione il prossimo 29 novembre che più fa discutere, anche del referendum lanciato da PS contro la modifica della Legge tributaria che riguarda lo sgravio dello 0.5% dell’aliquota sull’utile delle persone giuridiche e dell’iniziativa popolare “Per il divieto di esportare materiale bellico”.
Presentando il referendum, Jelmini ha ricordato i passi intrapresi dal Partito a sostegno del Paese in questo particolare momento congiunturale. Già prima dell'estate è stata infatti presentata dal Gruppo PPD un'iniziativa parlamentare - primo firmatario Gianni Guidicelli - a favore delle famiglie, dei giovani e dei pensionati ticinesi che saranno presto confrontati a un’ennesima “stangata” in materia di premi della cassa malattia. “I premi ticinesi sono e rimangono tra i più elevati su scala nazionale - siamo tristemente al 4° posto - mentre il reddito medio annuo pro capite è nel nostro Cantone inferiore di ca. il 25% alla media svizzera. Al Consiglio di Stato abbiamo quindi chiesto di modificare il metodo di calcolo che dà diritto ai sussidi ai premi dell’assicurazione malattia, passando dal reddito imponibile a quello disponibile; di correggere l’effetto soglia, in modo che all’aumento del salario non corrisponda l’immediata diminuzione del reddito disponibile e di stanziare un contributo cantonale di ca. 30 milioni di franchi per contenere l’incidenza negativa dell’aumento dei premi sul potere d’acquisto dei cittadini” ha spiegato Jelmini.
Analizzando i dati sugli effetti della crisi economica nel nostro Cantone, il presidente cantonale ha poi anticipato come intende muoversi il Gruppo parlamentare. “Chiederemo al Governo cantonale di voler verificare l’opportunità di avviare la seconda fase di sostegno all’occupazione e all’economia ticinese, di voler introdurre misure straordinarie a sostegno dei cittadini che maggiormente saranno penalizzati anche dall’imminente ulteriore aumento dei premi delle casse malati, di voler elaborare un vero e proprio piano strategico e di sviluppo economico, considerando i fattori di debolezza. Ci siamo inoltre mobilitati, chiedendo alla Confederazione di reagire nei confronti della vicina Penisola per contenere - se ancora fosse possibile - i danni che le misure messe in atto dal ministro Tremonti stanno provocando al nostro Paese, soprattutto, ma non solo, dal profilo occupazionale” ha continuato Jelmini riferendosi al famigerato terzo scudo fiscale. Al termine del suo intervento il presidente cantonale ha espresso alcune considerazioni anche sulla vicenda che da ormai più settimane è al centro dell'attenzione mediatica ticinese: AET. “L’AET è un’azienda con un ruolo storico e strategico estremamente significativo per il nostro Cantone con un utile a beneficio dello Stato. Un’azienda che è riuscita a ritagliarsi un ruolo importante anche a livello nazionale in un mercato dell’energia elettrica estremamente difficile, mutevole e competitivo. In questo momento, l’AET è oggetto di fughe di notizie, di vendette e di regolamenti di conti interni, di interessi non sempre chiari, che nulla di buono portano all’azienda. Noi auspichiamo che entro breve si possano chiarire tutte le vicende negative che ha vissuto l’azienda per consentire all’AET di poter operare al più presto a favore del nostro Cantone” ha concluso Jelmini.

Sgravio sull'utile delle persone giuridiche
Lo scorso mese di giugno il Gran Consiglio ha approvato il pacchetto di misure a sostegno dell'economia e dell'occupazione per il 2009-2011. Fra le numerose misure approvate vi è la riduzione dello 0.5 dell'aliquota sugli utili delle persone giuridiche contro la quale è stata lanciato un referendum dal Partito Socialista.


Sul referendum del PS sono intervenuti in contraddittorio i deputati PPD Fabio Regazzi e Gianni Guidicelli.
“Lo sgravio non è una misura anticrisi, ma un regalo alle aziende che non ne necessiterebbero”. È questa la principale obiezione dei referendisti allo sgravio. Fabio Regazzi nel suo intervento ha respinto fermamente questa impostazione ideologica ricordando come “sgravare le aziende che fanno utili permette alle stesse di reinvestire. Un imprenditore responsabile destina gli utili per garantire continuità all'azienda. Inoltre, si tratta di un segnale positivo di cui oggi il mondo economico ha bisogno, soprattutto in prospettiva futura”. Con lo sguardo rivolto al domani, ma anche al confronto con gli altri Cantoni perché il Ticino è in ritardo rispetto alla media svizzera. “Altri Cantoni hanno adottato sgravi importanti. Per esempio il Canton Grigioni è passato dal 7.5 al 5%, mentre Lucerna ha adottato con votazione popolare uno sgravio fiscale progressivo che porterà entro il 2014 a un'imposta sull'utile delle aziende dell'1.5%” ha continuato Regazzi. Ma quale sarà l'impatto della riduzione dell'aliquota per le casse dello Stato? “Si stima che sarà un impatto di circa 13 milioni di franchi. Una misura tranquillamente sopportabile dalle nostre finanze pubbliche. Basti pensare che negli ultimi anni i conti cantonali a consuntivo hanno sempre registrato sopravvenienze fiscali di circa 40-60 milioni di franchi. Sono consapevole che la misura preoccupa gli amministratori comunali, ma nell'ambito del pacchetto sono stati dati ai Comuni due anni di tempo per  applicare questa aliquota, così da potersi adeguare alla minore entrata” ha concluso Regazzi.


Gianni Guidicelli è intervenuto per presentare la posizione dell'OCST contro questa misura. Per il sindacato non si tratta di una posizione ideologica sulla rivalutazione fiscale in Ticino, che però dovrebbe tener conto maggiormente delle aziende che si impegnano socialmente nella formazione, assumendo giovani o disabili. L'OCST ritiene la decisione presa dal Parlamento sbagliata nel metodo e nel tempo. “Nel metodo perché è stata inserita in un pacchetto di sostegno all'economia una misura che non va ad aiutare le ditte in difficoltà. Sbagliata poi nel tempo perché non è una misura richiesta dalle associazioni economiche e farà mancare circa 13-15 milioni al Cantone, ma soprattutto 10 milioni ai Comuni” ha spiegato Guidicelli.

Riallacciandosi a quanto detto dal presidente Jelmini in apertura Guidicelli è tornato sulla proposta del PPD a sostegno dei redditi medio-bassi per fronteggiare l'aumento delle casse malati. “Il preventivo del 2010 prevede un deficit di circa 120 milioni di franchi. Sappiamo che il gettito fiscale dei prossimi anni risentirà di questa crisi. Le migliaia di persone attualmente disoccupate non pagheranno le imposte. Questi 120 milioni non prevedono i 30 milioni che noi abbiamo previsto per i premi delle casse malati. Con il sostegno della Confederazione il costo della nostra iniziativa scenderà attorno ai 15-20 milioni, grossomodo l'equivalente delle minori entrate che genererà l'iniziativa se approvata” ha concluso Guidicelli.
Numerosi gli interventi della sala, tra cui quelli del consigliere di Stato Luigi Pedrazzini e del capogruppo Paolo Beltraminelli a sostegno dell'oggetto in votazione. A larga maggioranza il comitato cantonale del PPD si espresso contro il referendum con 84 voti contrari, 15 favorevoli e 4 astenuti.

Un commercio necessario
Michele Moor ha presentato l'iniziativa popolare federale in votazione il 29 novembre “Per il divieto di esportare materiale bellico”. L'iniziativa chiede il divieto dell'esportazione e del transito di tre beni: materiale bellico classico, materiale bellico speciale e beni immateriali (tecnologie e licenze). Implicitamente sono toccati dei beni a doppio uso civile e militare. Moor ha spiegato alla sala come “l'iniziativa metta a repentaglio la sicurezza in Svizzera: se dovesse essere accolta dal popolo, la nostra industria bellica sparirebbe e il nostro Paese diventerebbe totalmente dipendente dall'estero. Sarebbe una situazione molto critica. L'esercito non potrebbe più garantire i suoi compiti costituzionali, ovvero la prevenzione della guerra e la promozione della pace”. Inoltre, Michele Moor ha ricordato l'importante ricaduta che essa avrebbe sull'economia, in quanto “attualmente nell'industria bellica sono impiegate direttamente circa 5'100 persone e altre 5'000 indirettamente in 550 aziende - per lo più PMI - per un valore aggiunto che si attesta attorno 500 milioni di franchi”. In conclusione, Moor ha tenuto a precisare come oggi la Svizzera “non esporta materiale bellico in Paesi in conflitto e in  Paesi non rispettosi dei diritti umani. Il 75% delle esportazioni vanno verso Austria, Australia, Belgio, Danimarca, Finlandia, Stati Uniti e Svezia. La Svizzera è poi al primo posto nel confronto internazionale per la trasparenza sull'esportazione di materiale bellico”.
Alex Pedrazzini è intervenuto per esprimere la sua preoccupazione sull'esportazione di materiale bellico in alcune zone calde del pianeta come Pakistan, Afghanistan,... aprendo il dibattito a un importante interrogativo: la salvaguardia dell'economia e dell'esercito vale l'esportazione di armi nei paesi cosiddetti “canaglia”? Michele Moor ha risposto ricordando che i controlli sono di ottima qualità, ma che purtroppo vengono a volte aggirati. In tali occasioni le autorità elvetiche hanno sempre agito repentinamente. Il comitato cantonale del PPD con 78 voti contrari, 6 favorevoli e 10 astenuti si è espresso a larga maggioranza contro l'iniziativa.

Minareti nell'anima
Ultimo tema all'ordine del giorno del comitato cantonale l’iniziativa popolare “Contro l'edificazione di minareti”, con due interessanti relazioni del deputato PPD Alex Pedrazzini e di don Gianfranco Feliciani, arciprete di Chiasso e delegato del Vescovo di Lugano.
Con la sua caratteristica verve Alex Pedrazzini ha ricordato come il numero di persone di religione musulmana in Svizzera è andato aumentando in questi ultimi dieci anni da 150'000 a 350'000 - in Ticino sono 6'000 (300 gli ebrei per fare un paragone) - e 30'000 di loro hanno oggi il passaporto svizzero. Perché questa evoluzione? “È una popolazione giovane e fa più figli di noi! Ho rilevato alcuni dati. Il 50% delle coppie tra i cristiani ha figli, il 74% nella comunità islamica. Tra queste le economie domestiche con più di tre figli sono per i primi il 9% e per il secondi il 34%” ha spiegato Pedrazzini. La domanda che viene posta nel testo dell'iniziativa non riguarda però il numero di musulmani presenti nel nostro Paese e il loro diritto a praticare la propria religione, bensì il diritto o meno di costruire un minareto accanto alla moschea. Per Pedrazzini “il divieto rischia di fomentare da un lato l’islamofobia e dall’altro di portare acqua al mulino di chi, membro di frangia estremista, sogna di veder infoltire le sue fila da musulmani mansueti oltraggiati da quello che considereranno uno schiaffo, una palese discriminazione. Moreno Bernasconi a giusto titolo ha definito in questo senso il divieto d’edificazione dei minareti: ‘un boomerang irresponsabile’ per la nostra gente”. In conclusione del suo intervento Pedrazzini ha ricordato il punto cardine sui cui si sviluppa tutto il discorso relativo ai minareti: l'integrazione. “Per me si potranno edificare minareti ma sforzi maggiori devono essere compiuti per un’integrazione di chi viene a vivere nel nostro Paese, e questo anche da parte loro. Ed allora mi vorrei rivolgere come già ho fatto a più riprese - invano - alla comunità islamica che vive sul nostro territorio e in particolare ai suoi portavoce. 'Se vostra figlia volesse sposare un cristiano, quale sarebbe la vostra reazione?' Di domanda semplice si tratta e risposte arzigogolate equivarrebbero ad arrampicate sui vetri. Mi si risponda: 'accetterei, senza entusiasmo, ma accetterei'. Perché se la risposta invece è: 'non se ne parla proprio' ecco che allora il profilo sarebbe quello della posta in atto di una politica di invasione, di occupazione, di conquista e questo non andrebbe bene, proprio no. Ci si ricordi che all’interno della libertà di coscienza vi è anche la libertà di sposare una persona che non professa la tua stessa fede e di lasciare una religione per convertirsi ad un’altra o decidere di farne a meno. D’accordo quindi l’edificazione dei minareti sul territorio, ma un no convinto al minareto nell’anima” ha terminato Pedrazzini.


“Se Maometto scelse la via del successo umano, Gesù scelse di perire umanamente”. Con queste parole di Blaise Pascal don Gianfranco Feliciani ha introdotto il suo intervento, ricordando come “l'asserto di Pascal, sebbene possa sembrare brutale, contenga una verità di fondo: al centro del Vangelo c'è l'amore riconosciuto come compito prioritario nelle relazioni verso il prossimo. Questo amore fatto di perdono senza riserve manca fra i 99 nomi di Dio professati dall'islam. Le colpe dei cristiani nella storia sono riconosciute dalla Chiesa convenendo alla verità evangelica. La contro testimonianza espressa in passato dai cristiani non è meno grave di quella dei musulmani. Sebbene accomunati dalla colpa cristiani e musulmani mantengono la loro differenza. La guerra santa in nome di Allah sarà sempre una possibilità, perfino esemplare, per i musulmani. La violenza esercitata in nome del Vangelo resterà scandalo e contraddizione rispetto ad esso. Questo è un dato oggettivo. La differenza in questo fatto centrale della fede viene marcata dalla non distinzione nel pensiero islamico tra realtà religiosa e realtà politica. Qui emerge il problema della laicità dello Stato. Quando parliamo di islam, moschee e minareti parliamo di qualcosa di totalizzante della vita delle persone. Ipotizzando una forte crescita della presenza dell'islam nei paesi occidentali c'è da chiedersi: c'è da temere per la nostra democrazia (derivata in massima parte dai pensieri greco e giudaico-cristiano)? C'è da temere per la libertà religiosa? Per la genuina e moderna laicità dello Stato? Per il valore inalienabile della persona e dei diritti di tutte le persone. La risposta non è semplice, né univoca”. Don Feliciani ha poi ripreso le parole di monsignor Grampa a chi lo accusava di sostenere i minareti in Svizzera. Il Vescovo invitava infatti a non essere preoccupati né per i minareti, né per le moschee, ma piuttosto di impegnarsi a fondo per conservare ben solidi i campanili. Prima di terminare il suo intervento don Feliciani ha sottolineato che se ci mostriamo imbarazzati nella memoria delle nostre radici cristiane, allora può esserci il pericolo che l'incontro con l'islam ci svuoti del senso della nostra eredità storica genuina. L'intervento dell'arciprete di Chiasso si è concluso con una citazione dello scrittore e saggista Thomas Eliot: “Un cittadino europeo può non credere che il cristianesimo sia vero, ma tuttavia senza la cultura cristiana non ci sarebbero stati neppure un Voltaire o un Nietzsche. Se il Cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura, se ne va il nostro stesso volto”.
Dopo alcuni interventi dalla sala si è tenuta la votazione. Il comitato cantonale ha respinto con 60 voti contrari, 13 favorevoli e 18 astenuti l'iniziativa per il divieto della costruzione di minareti.



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