27.08.2009

L’Elvezia ferita risorgerà gloriosa

Lettera aperta al ministro Hans-Rudolf Merz

Noi gente di montagna, con nel cuore il San Gottardo, siamo abituati a lottare per strappare ogni metro di terra alla roccia. Lo abbiamo fatto per secoli e continueremo a farlo. Stanchi ed esausti, forse. Ignorati e maltrattati, magari. Ma con la volontà ferrea di servire il Paese e con l’orgoglio di essere svizzeri e attaccati ai nostri più alti, preziosi e meravigliosi valori sociali ed etici. In queste strette valli di Leventina, siamo stati forgiati alla fatica dai nostri padri, ma anche al religioso rispetto delle tradizioni e della propria Patria. Oggi, noi valligiani, nonostante siano passati alcuni giorni dal “giovedì nero” della nostra storia, nel quale il nostro Presidente si è prostrato davanti all’oscuro Gheddafi, siamo ancora  attoniti, silenziosi, umiliati. Altro che Sassi Grossi. In un solo giorno ci si è sgretolata, franando a valle con immenso fragore, la fiducia in quel condottiero supremo che dovrebbe essere il fedele guardiano del nostro Paese. La tentazione è quella di elaborare la nostra vergogna in silenzio. Ma noi di Valle, non siamo così. Non riusciamo a stare zitti. Siamo indignati e vogliamo dirlo forte, urlando la nostra rabbia, idealmente, da quel Passo che è stato e continuerà a essere crocevia delle genti e delle culture. Ma di quelle genti e di quelle culture che rispettano i valori del vivere civile, non di quelle famiglie che vivono di arroganza e petrolio.


Non siamo adirati verso Gheddafi. Lui fa il suo verso e probabilmente lo sta facendo bene. La nostra indignazione e frustrazione, è quella di aver visto il nostro Presidente umiliare la Svizzera. Altro che lunga tradizione di democrazia, altro che ruolo diplomatico da giocare sul palcoscenico internazionale, altro che neutralità.  In un solo giorno l’iniziativa personale e quasi segreta di Hans-Rudolf Merz ha fatto più danni al nostro Paese che le sciagurate vicende di Swissair e di UBS.
Mentre a Tripoli veniva accolto come un eroe l’assassino condannato all’ergastolo per la strage di Lokerbie del 1988, Hans-Rudolf Merz faceva ingoiare bocconi amari alla polizia ginevrina “colpevole” solo di aver fatto il proprio dovere, di aver applicato la legge. No, Signor Presidente. Non ci stiamo. Dopo l’umiliazione che ha fatto patire alla nostra Nazione, abbia almeno il coraggio di difendere quegli uomini che ogni giorno sono tutori dello stato di diritto. Non siamo in Libia, ma in Europa e in Svizzera. Speriamo che tutto il popolo insorga di fronte a quello che si prospetta come il tribunale arbitrale della vergogna. E speriamo che il Ticino si associ a quei Cantoni che si schiereranno a fianco della polizia ginevrina.


Noi gente di montagna non siamo così ingenui da credere che un politico si possa scusare, dando le dimissioni per un colpo di sole avuto nel deserto. Ma, non riusciamo a digerire affermazioni come quelle che il nostro Presidente tornerà in Libia se non faranno rientro i due svizzeri trattenuti. E caro Presidente, è inutile che usi il futuro dichiarando che se non riuscirà nel suo intento allora “avrà perso la faccia” (cfr GdP 22 agosto). Il passato è il tempo da scegliere. L’amarezza che ormai ci accompagna, è mitigata solo da un sentimento di fierezza. Quello di essere e sentirsi svizzeri nel profondo del cuore, come popolo. Come popolo, che ormai non ha più un presidente nel quale riconoscersi. Noi vogliamo credere che lei si sia scusato a titolo personale. Noi continuiamo a credere che la Svizzera non si sia scusata per aver applicato il diritto. Ad essersi inginocchiato, è soltanto lei, per fini che ancora non riusciamo a intravvedere. E sbagliano, quindi, quei commentatori che pensano che gli Svizzeri ora siano disorientati. No, assolutamente. Sappiamo benissimo che cosa significhi essere orgogliosi di essere figli dell’Elvezia. Di un’Elvezia ferita, certo, ma che saprà sempre risorgere e insorgere contro le ingiustizie. Il nostro senso civico e il nostro patriottismo saranno gli unguenti con cui guarire le ferite. E continueremo a batterci affinché chi viene in Svizzera sia rispettato se rispetta le nostre leggi. Crediamo nell’integrazione, ma solo in quella che si nutre di rispetto. Non creda Signor Presidente di tornare in Libia e promettere di trasformare Palazzo Federale in una Moschea. Gli Svizzeri non glielo permetteranno. E se le è rimasta un po’ di stoffa politica, dia le dimissioni. Così potrà tornare in Libia, certo, ma solo come turista.

Livio Lombardi,
Airolo-Valle



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