01.07.2010
Formazione in carcere: la libertà e la speranza
Lunedì scorso ho partecipato alla cerimonia di consegna ai detenuti della Stampa dei diplomi di formazione da loro ottenuti nel corso dell’ultimo periodo scolastico. Da alcuni anni la divisione della formazione professionale, con un progetto denominato “In Oltre”, realizzato dal Dipartimento delle Istituzioni e dal DECS, offre ai detenuti la possibilità di seguire corsi di formazione di cultura generale, di lingue, di espressione artistica, di informatica, ecc. Nell’ambito del progetto vengono inoltre proposte, a scadenza regolare, conferenze su temi disparati, tenute da personalità particolarmente competenti.
Sia i corsi di formazione (che hanno carattere obbligatorio per i minorenni), che le conferenze sono molto frequentati (grazie, non da ultimo, a un gruppo di docenti e relatori particolarmente motivati).
Va ancora detto che il progetto in questione fa del Ticino un Cantone in prima linea nell’offrire ai detenuti un’occasione di formazione. Siamo partiti prima degli altri e siamo oggi in grado di garantire, malgrado lo svantaggio di non poter sempre cooperare con altri Cantoni a causa delle barriere geografiche e linguistiche, prestazioni di notevole qualità.
Fin qui la notizia, secondo me molto positiva. Sono consapevole tuttavia che non mancherà chi si chiederà se ancora una volta non stiamo usando troppa attenzione e generosità nei confronti di chi, condannato per le sue colpe, è finito in carcere.
Io penso che l’offerta di formazione ai detenuti non è un premio, ma un investimento importante per diminuire le possibilità di recidiva. Un detenuto formato (e in carcere è data anche la possibilità, limitatamente a alcune professioni, di seguire un apprendistato e di conseguire un certificato professionale) ha maggiori possibilità di trovare un lavoro, e quindi di superare lo stato di precariato economico cui spesso è confrontato chi commette dei reati.
Quando don Lorenzo Milani diede vita, sessant’anni fa, alla formidabile esperienza pedagogica della cosiddetta “scuola di Barbiana” (un paesino sui monti della Toscana, i cui ragazzi non avevano accesso agli studi), lo fece nel segno di una convinzione semplice ma forte: far capire che chi sa cinquecento parole esercita sempre il comando su chi ne sa solo trecento. “Io sono sicuro - scriveva in una lettera indirizzata ad un direttore di giornale nel 1956 - che la differenza fra il mio figliolo e il vostro non è nella quantità né nella qualità del tesoro chiuso dentro la mente e il cuore, ma in qualcosa che è sulla soglia fra il dentro e il fuori, anzi è la soglia stessa: la parola… Ciò che manca ai miei ragazzi è dunque solo questo: il dominio sulla parola. Sulla parola altrui per afferrarne l’intima essenza e i confini precisi, sulla propria perché esprima senza sforzo e senza tradimenti le infinite ricchezze che la mente racchiude”. La conoscenza e l’acquisizione culturale che ne deriva sono quindi la via maestra che conduce al riscatto, alla parità e, in termini non diversi, alla “libertà”. La libertà di sapersi confrontare in maniera nuova con la società, di saper - nella fattispecie - dialogare alla pari con chi attende fuori dal carcere, di saper ricostruire il proprio futuro con la dignità d’essere capaci di “parlare” e d’essere ascoltati, rinunciando al linguaggio della violenza e della prevaricazione. D’altra parte non è forse questo uno degli scopi, degli obiettivi prioritari, che la nostra comunità civile affida alle strutture penitenziarie?
Ma la dimensione positiva dell’iniziativa può essere vista anche da un altro punto di vista, forse più semplice e diretto, e che è stato sottolineato in modo chiaro e con poche parole dall’artista Dimitri sul giornale della scuola “In Oltre” (Dimitri è stato uno dei relatori invitati a parlare in carcere della sua vita): che senso ha parlare delle radici cristiane della nostra società se poi non siamo capaci, pensando a chi ha sbagliato, di esprimere perdono e sentimenti di speranza?
Luigi Pedrazzini, consigliere di Stato