04.02.2010

Il Crocefisso resti dov’è!

 Un fatto di cronaca minuta, per certi versi pittoresca, (ri)porta alla ribalta il tema fondamentale dell’identità del nostro Paese. Il Municipio di Cadro, quasi 20 anni dopo la celebre sentenza del Tribunale federale con cui gli veniva imposto di togliere il Crocefisso dalle aule scolastiche, ha deciso di farlo tornare in un corridoio delle scuole. La decisione, checché ne dicano certuni, non ha nulla di illegale e coglie anzi un velato “suggerimento” del Tribunale federale, il quale - proprio in quella famosa sentenza - specificò che “il giudizio sarebbe forse stato diverso ove si fosse trattato di statuire sulla presenza del crocifisso nei locali scolastici adibiti ad uso comune, come ad esempio l'atrio, i corridoi, il refettorio” (DTF 116 Ia 252, consid. 7c). La nostra Suprema Corte aveva in effetti spiegato il divieto con il fatto che una “presenza costante” del crocefisso avrebbe potuto ledere il sentimento religioso di quanti non si riconoscono nel cristianesimo. Determinante non è quindi stato il Crocefisso in sé, ma piuttosto la sua costante “presenza” durante le lezioni. Del resto, il Tribunale federale ha giudicato “del tutto comprensibile” che lo Stato testimoni la propria “sensibilità […] al fenomeno religioso e alla civiltà cristiana”, e il proprio “attaccamento alla tradizione e ai fondamenti cristiani della civiltà e cultura occidentale” (consid. 7b). La neutralità religiosa dello Stato, principio sacrosanto e indiscutibile, ha piuttosto per effetto di impedire che l’autorità pubblica manifesti “in ogni circostanza, nell’ambito dell’insegnamento, il proprio attaccamento ad una confessione”. Lo Stato non deve quindi temere di riconoscere i fondamenti della nostra civiltà, verso i quali è anzi legittimo un certo attaccamento, ma deve farlo con una certa moderazione, così da non urtare nessuno. Senza la pretesa di anticipare il giudizio di un’eventuale autorità che dovesse pronunciarsi sul tema, mi sembra evidente che un crocefisso in un corridoio, rispetti senz’altro quel senso di misura identificato dal Tribunale federale per giudicare l’ammissibilità di segni religiosi in uno spazio pubblico. E tuttavia sembra che per certuni sia intollerabile anche questo piccolo, quasi impercettibile segno di attaccamento ai fondamenti della nostra civiltà. Faccio fatica a credere che dietro a queste opposizioni ci sia l’aspirazione di preservare i diritti costituzionali, peraltro neppure messi in discussione. Come in altre circostanze, intravedo, purtroppo, l’incapacità di alcuni di scrollarsi di dosso un odio ideologico, irrazionale, stantio nei confronti del cristianesimo e della Chiesa. Forse queste resistenze possono però essere superate. Il voto contrario ai minareti, almeno stando al parere di molti sostenitori dell’iniziativa, è in parte stato motivato con il tentativo di salvaguardare l’identità del nostro Paese. Cadro è l’ideale banco di prova per confermare la sincerità di quelle argomentazioni e dimostrare che questa preoccupazione identitaria non si traduce solo in divieti, che è la strada più facile, ma anche con affermazioni positive. Ad opporsi al Crocefisso non sono peraltro i musulmani, che pure avrebbero qualche motivo di ripicca, ma i soliti infelici che ritengono insopportabile che altri trovino sollievo e conforto nella presenza amorevole del Cristo in croce. Sarebbe un grave errore se per assecondare l’intolleranza astiosa di pochi si rinunciasse ad un simbolo che, al di là della connotazione religiosa, è un elemento fondamentale e fondante della nostra storia, cultura e identità.


Maurizio Agustoni, presidente Generazione Giovani
 



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