23.04.2009

Ridare centralità al lavoro

di Meinrado Robbiani, segretario cantonale OCST e consigliere nazionale

Il fallimento del sistema finanziario è dinnanzi agli occhi di tutti. Dissoltisi i fumi dei facili guadagni, che ne dissimulavano la vista, è apparso in tutta la sua degenerata sagoma: un gigantesco castello di carta straccia. Per evitarne il tracollo completo, le banche centrali e gli Stati vi hanno iniettato risorse faraoniche. Per gli inevitabili riflessi sull’economia reale, la fattura sta ricadendo anche direttamente sulle spalle della popolazione, che la paga in termini di minore occupazione e reddito.

Una constatazione non molto dissimile vale per quella parte dell’economia che, contaminata dalla logica finanziaria, si è appiattita sul breve termine. Un’insana alleanza tra azionisti e manager ha fatto sì che la ricerca di profitti azionari immediati prevalesse sulla costruzione di una durevole prosperità delle imprese. Si è così instaurata una frattura tra il capitale e il lavoro, dannosa per quest’ultimo ma autolesiva anche per il primo.

Privilegiando gli interessi di azionisti e manager si è impedita una più equa distribuzione della ricchezza, che ha finito per ostacolare anche un più equilibrato assorbimento della produzione. Svanite le allucinazioni della finanza e di quella parte di economia che vi si è asservita, si pongono oggi le premesse per una rinnovata percezione del lavoro quale fonte autentica di ricchezza e di sviluppo. Si coglie anche con maggiore nitidezza l’importanza della giustizia sociale quale condizione non solo di benessere diffuso ma anche di funzionamento favorevole della macchina economica.

Riemerge cioè la centralità del lavoro e la validità - anche dal profilo economico - di un sistema sociale improntato all’equità. Da qui la necessità di cambiare rotta rispetto alle profonde deviazioni degli scorsi anni. Vanno in particolare corretti quei modelli di flessibilità che scaricano primariamente sul lavoro i rischi aziendali. Si tratta anche di puntare in modo sistematico sulla valorizzazione delle competenze professionali. È pure opportuno incentivare il dialogo e il coinvolgimento del personale sia nelle imprese, sia nelle categorie professionali. In una parola, è indispensabile umanizzare il lavoro e farne il fulcro dello sviluppo. Questa esigenza subisce però due insidie particolarmente corrosive.

Malgrado le distorsioni che ha generato, chi ha tratto lucrosi vantaggi dal sistema finanziario ed economico vi si aggrappa tenacemente pur dietro il paravento di qualche correzione. Ne fa fede il persistente scandalo delle retribuzioni dei grandi manager. Anche l’imperativo di contrastare le manifestazioni congiunturali della crisi economica può mettere in secondo piano la riscoperta degli autentici fondamenti di uno sviluppo duraturo.
Il Primo Maggio diventa perciò occasione per riaffermare con vigore la centralità del lavoro e la necessità di farne il perno di una solida riedificazione del sistema finanziario ed economico.




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