11.12.2008
60 anni di diritti dell’uomo
Sono bastati 11 anni al parigino Palais de Chiallot per vedere il peggio e il meglio dell’umanità. Eretto nel 1937 in occasione dell’Esposizione universale, nel 1940 Hitler vi salì per farsi fotografare con alle spalle la torre Eiffel, in quella che sarebbe stata l’immagine più emblematica della civiltà vinta e umiliata. Il 10 dicembre 1948, l’Assemblea generale delle Nazioni unite riscattò quelle mura adottandovi la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, con l’ambizione di indicare al mondo una via di libertà, giustizia e pace.
In trenta articoli si snocciola un percorso di dignità dell’uomo, chiamato ad operare con ragione e coscienza in spirito di reciproca fratellanza. Un mattone di speranza, la testata d’angolo su cui ricostruire un pianeta devastato dalla follia demente e crudele del nazifascismo. Sono passati 60 anni, ma quel cantiere è sempre attuale, perché sempre attuale è il bisogno di giustizia, perché ancora attuale è l’ingiustizia che avvinghia le vite di milioni di persone.
L’universalità della Dichiarazione è però sempre più utopica, per almeno due motivi:
1) Da qualche tempo, sembra essersi fatta strada l’idea che non sia possibile una sintesi soddisfacente dei principi etici che accomunerebbero le molteplici etnie umane. La concezione ispiratrice dei diritti dell’uomo alla base della Dichiarazione è ormai marginale nel panorama multiculturale che sta caratterizzando gli ultimi decenni. Ad esempio, il 5 agosto 1990, 45 stati musulmani hanno sentito la necessità di adottare al Cairo una Dichiarazione dei diritti umani dell'Islam, per ovviare ad una pretesa eccessiva incardinazione della Dichiarazione universale sulla tradizione giudaico-cristiana. Alcuni dei diritti inclusi nella Dichiarazione, non sono del resto considerati tali da larga parte dell’umanità. Penso alla libertà religiosa, o alla parità di diritti tra uomo e donna.
2)L’uomo occidentale è sempre più sgrovigliato da pulsioni spirituali e la percezione meccanicistica dell’esistenza gli impedisce di vestire alcunché con la dignità dell’assoluto. I diritti sono ormai concepiti in un’ottica meramente contrattualistica (positivistica), ovvero come un “mettersi d’accordo” su regole minime di convivenza, senza però considerare queste regole come giuste in sé. Affermare che “è vietato uccidere perché la maggioranza ritiene che sia sbagliato” è ben diverso dal dire “è sbagliato uccidere perché la vita è inviolabile”.
Non è distinzione da poco: le leggi razziali adottate in Germania nel ‘35 furono il frutto di un aberrante, ma legittimo contratto sociale. La spregevolezza di questi esiti spinse alcuni filosofi del diritto (per tutti il grande Gustav Radbruch) a riconoscere l’esistenza di una giustizia oggettiva che travalica le leggi. Oggi questo approccio mi sembra però minoritario, anche nelle coscienze. Si ha piuttosto la tendenza a costruirsi una fluida etica personale in cui si pasticciano autoreferenzialmente religione, capricci, esperienze e filosofie, e allora resta ben poco spazio per una vecchia e misconosciuta dichiarazione, neppure vincolante sul piano legale.
La Dichiarazione universale resta però degna di ammirazione e stupore per la propulsione che ha saputo dare agli Stati che ne hanno saputo raccogliere il messaggio.
Ancora oggi, c’è da restare sbalorditi di fronte a questo coraggioso atto di fede nell’Uomo e nella sua capacità di costruire il suo futuro lasciandosi illuminare da valori eternamente iscritti nelle stelle e nei cuori.
Credo sia quindi giusto terminare questa riflessione rendendo omaggio alle donne e agli uomini che più di tutti hanno contribuito a consegnarcela: René Cassin, John Humphrey, Charles Malik, Peng Chung Chang, Stéphane Hessel ed Eleanor Roosevelt. Grazie.
Maurizio Agustoni
presidente Generazione Giovani