18.07.2008

Dialogo e lotta nel mondo del lavoro

di Meinrado Robbiani, consigliere nazionale e segretario cantonale OCST

L’agitazione sorta negli scorsi giorni a Sigirino, presso il cantiere della galleria di base del Ceneri, solleva nuovamente il tema del conflitto e della lotta nel mondo del lavoro.

Questo caso è solo in parte appropriato poiché si è trattato di un’astensione dal lavoro decisa spontaneamente dai lavoratori stessi e non di uno sciopero organizzato dai sindacati. Questi non ne sono cioè stati i promotori ma, di fronte alla scelta dei lavoratori, li hanno affiancati per cercare, attraverso un intensificato e accelerato negoziato, di dare uno sbocco al loro malcontento. In un mondo del lavoro in profonda trasformazione, dove la ricerca di flessibilità dell’economia si traduce sovente in precarietà, i motivi di tensione e di attrito sono comunque frequenti e pongono in ogni caso la questione delle modalità di regolazione dei conflitti.

Priorità al dialogo 

La regolazione delle condizioni di lavoro deve passare prioritariamente attraverso il canale del dialogo. Imprese o associazioni padronali, da un lato, e sindacati, dall’altro, devono cercare di costruire soluzioni concordate attraverso il negoziato, che potrà anche risultare acceso e duro. Questo canale riflette il valore stesso del lavoro e la natura dell’impresa. Il lavoro, quale valore che attinge alla dignità stessa della persona,  tende  per  sua  natura  a costruire rapporti di collaborazione tra gli individui. La produzione di beni e di servizi, come pure la creazione della ricchezza  collettiva è il frutto del loro operare insieme. Guardando poi all’impresa, ci si rende conto che vi convivono varie componenti, il cui intreccio e la cui complementarietà è condizione ineludibile per la stabilità e la prosperità di questa forma organizzativa. I ruoli sono tuttavia distinti e gli interessi coincidono solo in parte; da qui l’esigenza di comporli e di perseguire soluzioni concordate.

Lotta come strumento

Conferire priorità al dialogo non significa accantonare la lotta. Quando il dialogo è impossibile o quando si è di fronte ad una violazione grave della posizione dei lavoratori, la lotta diventa il modo inevitabile per tutelarne la posizione.

La lotta è in queste contingenze finalizzata a ristabilire condizioni di equità e rapporti equilibrati tra le diverse componenti. Come tale è uno strumento. Serve cioè a ricondurre verso una condizione di adeguata considerazione della posizione e degli interessi dei lavoratori.

La lotta non è invece né il baricentro né il fine dell’azione sindacale. In tal caso, si finirebbe per mescolare e persino per invertire lo strumento con il fine. Si entrerebbe in un’area ideologica che sfocerebbe facilmente nella strumentalizzazione dell’azione sindacale e anche dei lavoratori.

Il ruolo delle parti sociali

Il binomio dialogo e lotta è ampiamente condizionato dall’atteggiamento delle parti sociali (imprenditori e sindacati).
Laddove esiste una cultura del dialogo si è in presenza di antidoti naturali contro le forme di lotta. Questa cultura è però in pericolo anche nella nostra realtà, che ha alle spalle una lunga tradizione di rapporti intensi tra le parti sociali.

L’economia tende purtroppo a scostarsi da questa via. In un contesto più competitivo prevale sovente la tentazione di cercare l’interesse unilaterale di una sola componente. Interi settori dell’economia sono persino refrattari all’istaurazione di relazioni di dialogo e di collaborazione con i sindacati. Rimane perciò di grande attualità l’esigenza di rinnovare la diffusione e le formule del dialogo nel mondo del lavoro. Sulle imprese e sull’economia grava il compito di assumere più pienamente la responsabilità sociale che deriva dal ruolo decisivo che svolgono nella collettività.


Meinrado Robbiani

consigliere nazionale e
segretario cantonale OCST




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