08.07.2010

Verso un PIL più moderno?

Un indicatore della ricchezza di un paese che tralascia valori come il benessere


PIL sta per Prodotto Interno Lordo. È un indicatore adottato da tutte le nazioni per valutare il loro stato di salute. Un po’ come la cifra d’affari per un’azienda. Così ogni anno assistiamo da una parte alla presentazione dei bilanci delle aziende, con i necessari riferimenti agli anni precedenti, e dall’altra allo sbandieramento del PIL da parte delle varie Nazioni. Ciò permette un confronto tra lo stato di salute delle economie dei diversi Paesi. Un PIL che ristagna o che regredisce è cattivo segno e spinge generalmente un Governo a una riflessione su un suo eventuale intervento per risollevare l’economia. Il PIL è un indice dell’intera produzione economica quantificabile di un paese (agricoltura, industria, edilizia, servizi). È quindi un indicatore della ricchezza di un paese, ma non un simbolo del benessere come invece molti vorrebbero lasciar intendere. Un PIL elevato aumenta il senso di soddisfazione ma non necessariamente il grado di felicità. Da alcuni anni sono in aumento gli studiosi, in particolare economisti e analisti, che sostengono che il PIL, se usato come misura del benessere, è inesatto e perfino fuorviante. Queste critiche rivolte al PIL stanno favorendo la nascita di due tendenze tra i ricercatori: una che propone di migliorare il PIL stesso, per esempio quantificando il valore del lavoro domestico e della cura dell’infanzia, o attenuando il peso economico dei lavori di ricostruzione dei danni provocati da uragani e alluvioni. La seconda contesta invece questa visione, che non farebbe che confermare l’equazione “progresso = crescita economica”. Si propugna piuttosto l’adozione ufficiale di altri indicatori nazionali, magari ambientali o legati alla salute. Ma quanti indicatori servirebbero in questo caso? E come interpretarli? Fino ad oggi solo un sistema di misure è riuscito a intaccare il ruolo egemonico svolto dalla crescita economica: si chiama “indice di sviluppo umano” (isu). Esiste dal 1990 ed è usato dalle Nazioni Unite. Tiene conto di tre fattori: il PIL, il livello d’istruzione dei cittadini (basato sul livello d’alfabetizzazione degli adulti e sul numero delle iscrizioni scolastiche), e la salute della popolazione (basata sulle statistiche relative all’aspettativa di vita). Si tratta di un tentativo volto a relativizzare il peso del PIL, tentativo sicuramente utile per monitorare i progressi dei paesi più poveri del mondo, ma incompleto in quanto non adeguato a rilevare due problemi che tutti i Paesi cominciano a considerare prioritari: quello dei mutamenti climatici e quello della sostenibilità. 


In Canada all’inizio di quest’anno è stato introdotto il “canadian index of well-being”, ossia l’indice del benessere canadese, come contraltare al PIL. In Francia Nicolas Sarkozy nel febbraio del 2008 ha costituito una commissione per studiare possibili alternative al PIL, composta dai migliori esperti mondiali (tra cui due premi Nobel dell’economia, Joseph Stiglitz nel 2001 e Amartya Sen nel 1998). Nel mandato si chiedeva tra l’altro di determinare i limiti del PIL quale indicatore delle performances economiche e del progresso sociale, e di valutare la fattibilità di nuovi strumenti di misura. Il rapporto è stato consegnato al Presidente Sarkozy nel settembre del 2009. Dal suo discorso di presentazione del documento, proponiamo alcune frasi significative. “Da tempo esiste un problema tra quello che calcoliamo e il modo con cui l’utilizziamo”; “abbiamo costruito una religione delle cifre e ci siamo rinchiusi dentro; cominciamo ora a intravederne l’enormità delle conseguenze”; “la crisi economica e finanziaria come pure l’urgenza ecologica accrescono la pertinenza di una riflessione di fondo sugli indicatori economici delle nostre società”.


Negli Stati Uniti l’alternativa al PIL sta prendendo la forma di circa trecento indicatori così come previsto da una disposizione contenuta nel progetto di legge concernente la riforma del sistema sanitario americano voluta da Barack Obama, che impone al Congresso di finanziare e di supervisionare un sistema di “indicatori chiave nazionali”. Si saprà quindi in quali settori (sanità, istruzione, economia, occupazione, ambiente, sicurezza,...) occorrono più interventi, in quali si sono registrati dei miglioramenti o piuttosto dei passi indietro. L’obiettivo è quello di trovare nuovi parametri per valutare l’evoluzione di un paese nell’ottica di realizzare un’economia e una società sostenibili.


Cosa possiamo attenderci nell’immediato futuro? La consapevolezza dei limiti PIL spingerà oltre le ricerche. Ma molte di queste critiche non sono nuove. Robert Kennedy, in un intervento all’Università del Kansas nel lontano 1968, così si esprimeva, non senza un pizzico di sarcasmo: “Il PIL include l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette e le ambulanze per sgomberare le nostre autostrade dalla carneficina. Include la distruzione delle sequoie, il napalm, le testate nucleari e i mezzi blindati usati dalla polizia per reprimere le rivolte nelle nostre città. Include i programmi della tv che esaltano la violenza per vendere più giocattoli ai nostri bambini. Però il PIL non include la salute dei nostri bambini, la qualità della loro istruzione o il piacere dei loro giochi. Non include la bellezza della nostra poesia, l’intelligenza del nostro dibattito politico, l’integrità dei nostri dipendenti pubblici. Non misura la nostra vivacità né il nostro coraggio, la nostra saggezza o il nostro sapere. Misura tutto tranne quello per cui vale la pena di vivere”.
Ma è difficile monetizzare l’alterazione del clima e la scomparsa di specie animali. E c’è anche chi vorrebbe misurare la nostra vita sociale e l’affettività, ossia la felicità umana. Ma siamo certi di voler veramente misurare il nostro benessere (e per molti, troppi, il loro malessere)?


Pierfranco Venzi




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