21.01.2010

Le sfide della Svizzera italiana verso Berna

Intervista a Remigio Ratti: tra equilibri e necessità



Popolo e Libertà incontra Remigio Ratti, presidente di Coscienza Svizzera, il gruppo di studio che ha organizzato un convegno molto seguito lo scorso fine settimana sui rapporti tra il Ticino e Berna e discusso nelle pagine precedenti del nostro giornale.
Ratti, già consigliere nazionale nella legislatura dal 1995 al 1999, fu anche candidato alla successione di Flavio Cotti in Consiglio federale. Direttore generale della RTSI dal 2000 al 2006 e presidente della Catena della solidarietà per sette anni, Remigio Ratti è attualmente professore titolare in Economia regionale e dei trasporti all'Università di Friborgo e docente di Economia e Istituzioni all'Università della Svizzera italiana di Lugano e, in alternanza all’Epfl di Losanna.


Si è tenuto sabato scorso il convegno di Coscienza Svizzera (CS) "Come può il Ticino contare di più a Berna". Secondo Remigio Ratti, presidente di CS, quali sono le vie da percorrere per far sentire la voce dei ticinesi Oltralpe?
Istituire in seno al governo cantonale un  servizio di “politica esterna”? Organizzare una lobby a Berna: da parte del Cantone o delle Associazioni economiche? Questo è stato il capitolo rimbalzato sui media (addirittura in prima pagina) a seguito del vivace scontro tra deputati al nazionale (Pelli e Carobbio) e i consiglieri di Stato (Borradori e Pedrazzini) nella parte finale del seguitissimo convegno di Coscienza svizzera (www.coscienzasvizzera.ch).
Luigi Pedrazzini da tempo spinge in questa direzione; i due deputati al nazionale si spazientiscono. In realtà - malgrado il tema sia ormai annoso - esso non è riconosciuto da tutti: a livello settoriale i contatti ci sarebbero, sia politici, sia amministrativi. Tuttavia la somma di questi rapporti non dà e non fa una “politica esterna all’altezza delle sfide”. È evidente la paura dei singoli consiglieri e dei partiti di perdere qualcosa.
Il capitolo coinvolge pure i rapporti tra funzionari cantonali e il livello federale oltre che alla presenza di italofoni nelle sfere alte della grande macchina bernese. Diverse le testimonianze di peso sentite durante la giornata, da Marco Solari a Pietro Veglio, la cui carriera l’ha portato fino a diventare uno dei direttori della Banca Mondiale. Il servizio pubblico, ha detto quest’ultimo, offre materia e possibilità estremamente interessanti; bisogna dedicarvi cuore e pianificare  esperienze esterne. Interessante la proposta di Pelli: “il Consiglio di Stato dovrebbe porre come criterio per la nomina di quadri la dimostrazione di avere svolto qualche anno (o almeno sei mesi) di pratica nell’amministrazione federale”.
Certamente il tema non si esaurisce alle misure puntuali. In realtà il disagio, gli scollamenti, hanno cause profonde e lo scenario è decisamente cambiato per tutti, non solo per i ticinesi. Le sfide sono verso Berna ma, nel medesimo tempo, occorre guardare a sud e costruire nuove reti di relazioni: un problema di noi tutti, non solo dei politici. Sono i temi toccati  a “Micro Macro” nel dibattito televisivo di stasera.

Nel 1999 Remigio Ratti è stato uno dei cinque candidati ufficiali del PDC al Consiglio federale. A quando un ritorno di un ticinese nel Governo elvetico? Come giudica la proposta del PPD di portare a nove il numero di consiglieri federali?
L’annuncio della partenza di Flavio Cotti, aveva un po’ colto di sorpresa per la sua tempistica: nei corridoi di palazzo federale si era subito sparsa la voce che i ticinesi potevano fare anche attendere; quando un giornalista svizzero tedesco mi pose la domanda “ma lei non sarebbe  candidato?” ho risposto di sì, per orgoglio di ticinese, pur sapendo che sotto-sotto anche il Ticino politico faceva spallucce all’idea di una nuova designazione PPD. Se cito questo aneddoto, ormai ben lontano, è per richiamare la nostra debolezza di sempre - le divisioni - per riaffermare la necessità una presenza italofona in governo, indispensabile prima di tutto per l’avvenire della Svizzera. La riforma dell’esecutivo federale è una necessità evidente e ormai messa in cantiere; è prevista per il dopo 2011 per non disturbare la prossima tornata elettorale. La proposta PPD di un Consiglio federale di nove membri, mi sembra corrispondere ad una esigenza di funzionamento dell’esecutivo; una soluzione certamente benvenuta anche per gli interessi della Svizzera italiana.
 
Nella controversa questione dello scudo fiscale, la Confederazione non potrebbe effettivamente fare di più?
Sì; questo non avrebbe messo le nostre autorità nella difficile situazione di dare dei segnali ai propri cittadini, di rispondere all’incertezza, senza veramente avere le competenze per intervenire. Le nostre risposte, come ho scritto, appaiono un po’ come delle “scaramucce di frontiera”, fatte per segnalare che esistiamo.
Purtroppo questo è anche la dimostrazione del nuovo corso nei rapporti della Svizzera nella “globalità”. I settori economici tendono ad agire per conto loro; i Cantoni raggruppandosi - in aree metropolitane (Zurigo; asse lemanico) - danno le loro risposte, addirittura su basi identitarie e linguistiche; Berna appare sola e impreparata a negoziare in un quadro spesso diventato “non cooperativo”, rispetto a quello bilaterale o multilaterale del secondo dopoguerra.

Nel suo ultimo libro "Svizzera segreta", ha ripercorso l'evoluzione storica del segreto bancario svizzero. Quali sono le sue implicazioni in questo periodo nel quale la Confederazione è minacciata da più fronti?
Il nostro Paese, la sua società e la sua economia, sono il frutto - è una costante storica che a volte dimentichiamo - di una costruzione  e di equilibri fatti di “spazi di intraprendenza propria” tra “dipendenze, soggezioni e condizionamenti esterni”. Sappiamo di esserci ben riusciti e per questo siamo spesso invidiati; ma anche nella nostra traiettoria di sviluppo ci sono dei “momenti di rottura”, di possibile biforcazione del nostro sentiero. Per la Svizzera bancaria e finanziaria il 2009 è uno di questi momenti cruciali; più che arrabbiarsi per certi comportamenti ostili nei nostri confronti, il settore deve e può rispondere con nuove strategie. È riduttivo ricondurre la piazza finanziaria svizzera al cosiddetto segreto bancario; la sua funzione, scrivo nel mio saggio, “è trasversale, quale frutto dell’interazione di numerosi attori, esperti in investimento, sviluppatori di nuovi prodotti, fiscalisti, giuristi, specialisti d’assicurazione”. Da esso dipende la qualità dello Swiss banking, diventato famoso e che ha tutte le premesse per rimanere tale. Ma occorre agire!

Remigio Ratti è presidente della Comunità radiotelevisiva italofona, un'associazione nata per valorizzare la lingua italiana, con sede a Roma. Qual è il ruolo del piccolo Ticino nel vasto territorio della cultura della vicina Penisola?
Il ruolo della Svizzera italiana è molto più importante di quello che può sembrare, a condizione di vederlo in un ambito non più solo territoriale ma di nuove prossimità:  quelle rese possibili dalle nuove tecnologie. Nel mondo globalizzato l’italiano e la sua cultura non sono riconducibili alla sola Italia, o addirittura come spesso fa il potere romano, allo Stato-nazionale; in dicembre sono stato nuovamente invitato a Filadelfia ad un congresso scientifico nord-americano dell’Associazione internazionale sulla lingua e la letteratura italiana. Cosa ci fa un economista in questo ambito? La forza di una lingua dipende anche dalla forza dell’economia e, oggi, questo dipende da una rete di relazioni e da costruzioni ormai definite sotto il termine nuovo di “italicità”. Noi svizzero italiani ne siamo i primi testimoni, con la nostra università italofona, ma non italiana; con la qualità dei nostri programmi radiotelevisivi e multimediali, prodotti per il nostro pubblico, ma con una sensibilità aperta alle dimensioni ”glocal”, che rendono forte anche una minoranza; l’italiano nel mondo è lingua di minoranza ma con molte potenzialità legate alla sua cultura troppo spesso sottovalutate.

Sulla sua pagina web si legge "comunicare è per l'uomo un elemento fondamentale fino dai primordi dell'umanità". Come giudica il crescente fenomeno di una comunicazione che vuole essere sempre più veloce, ma sicuramente meno attenta ai dettagli?

Ma! Innanzitutto, mi scuso per la mia pagina web ormai invecchiata e poco aggiornata. Meglio andare a cercare su Wikipedia. Il tema di una comunicazione che brucia e riduce spesso temi che necessitano invece tempi di riflessioni è una vera minaccia per il nostro vivere da persone consapevoli e responsabili. Le risposte ci sono, occorre trovarle e farsene carico. Timidamente, per terminare da dove abbia cominciato, è anche quello che vorrebbe fare “Coscienza Svizzera”, nata più di sessant’anni fa come gruppo di studio e d’informazione per la Svizzera italiana.

Intervista a cura di
Valentina De Bianchi

valentina.debianchi@popolo-liberta.ch
 



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