29.04.2010
Eppur qualcosa si muove
Piccole e medie aziende sono la spina dorsale della nostra economia
C'è chi improvvisamente scopre ingiustizie insopportabili e scandalose. Dopo aver tollerato, anzi promosso e sostenuto, certe cose, scopre che non sono proprio corrette come vorrebbe. E si agita. I bonus a quei dirigenti bancari o aziendali, a prescindere da quel che hanno combinato. Pezzi grossi, ovviamente, di aziende grosse, talmente grosse che non si possono lasciar fallire. Quelle piccole, invece, quelle possono anche andare alla malora. Ma una domanda sorge spontanea: che senso avrebbe il grande se non ci fosse il piccolo? Come giustamente rileva nella sua interrogazione l'amico Raffaele De Rosa per il Gruppo PPD in Gran consiglio, in Svizzera le piccole e medie imprese (PMI) rappresentano il 99% delle aziende, e contano all'incirca 2,2 milioni di occupati, ossia il 68% del totale. Queste aziende sono "la spina dorsale" della nostra economia. Troppo importanti per fallire. Non ci vogliono mostri di scienza per capire una cosa tanto ovvia.
L'economia deve rimanere libera, ma deve anche mostrare senso di responsabilità, ha detto nei giorni scorsi il presidente del partitone, Fulvio Pelli, riferendosi ai superstipendi dei super manager. Lo Stato stia alla larga, verrebbero a mancare le fondamenta stesse del nostro stato liberale. Quei 70 milioni di franchi di bonus all'uomo forte del Credit Suisse non lasciano dormire tranquilli, neppure le libere coscienze del pensiero liberale. Quando ci vuole ci vuole. La gente semplice, i piccoli, non capirebbe tanto spreco. Che fiducia si può mai avere nelle nostre istituzioni e autorità, nel cosiddetto "sistema svizzero", se da una parte si permettono salari esagerati, premi esorbitanti, agevolazioni incredibili, se si salvano i grandi e ci si dimentica dei piccoli? Meglio correre subito ai ripari.
Anche nel PPD ci siamo accorti che qualcosa non regge più. Certi bonus eccessivi attribuiti ai manager della finanza "sono scioccanti" e bisogna mettere un freno, ha riconosciuto il consigliere nazionale solettese Pirmin Bischof. Se proprio si vogliono dare remunerazioni superiori a 3 milioni, bisogna assicurarsi che l'azienda disponga di riserve finanziarie sufficienti e non deve poterli dedurre dalla dichiarazione delle tasse. Voglio provocare: non basta. Va fissato un tetto; il cielo è smisurato, ma alle attività umane occorre un limite che l'uomo deve avere il coraggio di fissare. Un salario minimo sotto il quale non si può scendere, e uno massimo per dare l'illusione che sotto sotto siamo davvero tutti uguali. O almeno, non siamo dissimili. Ad onore del vero va detto anche che il PPD nazionale intende approvare l'accordo extra-giudiziale tra UBS e Stati Uniti, ma la banca dovrà pagare i 40 milioni di costi causati dall'assistenza amministrativa concessa da Berna a Washington, come ha fatto sapere il capogruppo alle Camere federali Urs Schwaller. "Anche tra di noi ci sono persone avverse a questa intesa", ha chiosato. Inoltre il PPD si augura che la grande banca (troppo grande per fallire), non appena sarà possibile si riprenda i titoli tossici garantiti dalla Banca nazionale, quelli rimanenti, ossia 23 miliardi di franchi. Entro l'anno. Non sarebbe poi una cattiva idea se il consiglio di amministrazione di UBS esaminasse la possibilità di denunciare il vecchio management. Eppur si muove, direbbe un certo Galileo.
Sempre in fatto di banche e di cose o personaggi "grandi", mi piace segnalare il disegno di legge, ben accolto in consultazione, sulla restituzione di beni e soldi che tanti dittatori in passato (e oggi) hanno messo al sicuro in terra confederata, dopo averli illecitamente sottratti al loro paese e alla popolazione. Come fare in modo di restituirli con certezza e senza le scandalose lungaggini? Come evitare ricorsi e controricorsi degli Azzeccagarbugli di professione? Chi non ha mai sentito parlare di dittatori quali Sani Abacha, Ferdinand Marcos, Vladimiro Montesinos, Duvalier, Mobutu? Negli ultimi 15 anni, la Svizzera ha restituito oltre 1,7 miliardi di franchi a quei paesi che si erano visti depauperare dal loro arruffapopolo di turno. È già qualcosa. Ma quanto correre, quanta fatica, quante carte! Quanta cattiva propaganda per la piazza finanziaria e di conseguenza per tutto il nostro paese!
Sì, qualcosa si muove. C'è di che rallegrarsi. È vero che il denaro non puzza come rispose Vespasiano al figlio Tito che lo rimproverava di aver messo la tassa sulle latrine che tanto denaro faceva incassare all'eraio, ma guai a pensare che abbia un profumo.
CiscoKid
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