04.03.2010
L’atteggiamento italiano nella vicenda tra Svizzera e Libia
Posizione scomoda per un Paese democratico
Malgrado l’invidiabile posizione strategica nel Mediterraneo l’Italia, complice un’esasperata frammentarietà geopolitica fino al 1860, ha goduto solo tardivamente di una certa espansione coloniale. I governi che si succedettero dopo l’Unità d’Italia cercarono a più riprese di rimediare a questa lacuna, anche per conferire prestigio internazionale al neonato Stato. Dopo qualche maldestro tentativo, alla fine del XIX secolo e durante le trattative che portarono al Trattato di Versailles, l’Italia divenne finalmente un Impero, grazie alla conquista della Libia, della Somalia, dell’Eritrea, dell’Albania, nonché di qualche isola nel Dodecaneso, tra cui l’incantevole Corfù. Con la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale l’Italia, al pari dei suoi alleati Germania e Giappone, perse tutti i suoi possedimenti coloniali. Sennonché la Libia, poco soddisfatta della gestione italiana ai tempi del colonialismo, avviò un lungo contenzioso per farsi risarcire. La diatriba si è trascinata, tra alti e bassi, fino al 2008, quando il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi e il “leader” libico Gheddafi hanno sottoscritto un Trattato d’amicizia, tramite cui l’Italia si impegnava a investire 5 miliardi di dollari in Libia, compresa la realizzazione di un’autostrada costiera. Per sancire la ritrovata amicizia Gheddafi venne addirittura invitato a parlare al Parlamento italiano. Si presentò nell’eterna Roma con appiccicata alla divisa una foto di Omar al-Mukhtar, eroe della resistenza coloniale libica, in catene e attorniato dagli aguzzini italiani. Il che sarebbe come se il presidente israeliano si presentasse in Germania con appuntata al bavero della giacca un’immagine dei deportati di Auschwitz. Roba da mandare tutto all’aria. Le istituzioni politiche italiane, incredibilmente, sorvolarono. Del resto gli interessi italiani in Libia sono immensi: l’Italia si accaparra il 43% delle importazioni libiche ed è il terzo paese europeo per investimenti sul suolo africano.
Questi antefatti, di cui potrebbe altrimenti importarci poco, servono a spiegare le curiose esternazioni di Franco Frattini, ministro degli esteri italiano ed ex-commissario europeo. Frattini, di cui sul sito www.esteri.it si trova un’esaustiva biografia, nonché le foto delle sue vacanze, se l’è presa col nostro Paese a seguito della decisione svizzera di dichiarare persone “non grate” Gheddafi e alcuni maggiorenti del suo regime. Analoghe dichiarazioni sono pervenute da Roberto Maroni, ministro degli interni. Il resto d’Europa - a parte Malta (vabbé…) - si è invece prontamente schierato con la Svizzera.
Finché le scaramucce tra i due Paesi si sono limitate alla (pur gravissima) questione degli ostaggi e alla farsesca proposta di risoluzione presentata all’ONU con cui si chiedeva lo smembramento della Svizzera, all’Italia si poteva ancora riconoscere l’attenuante della Realpolitik.
Ora che la Libia ha alzato la soglia del confronto oltre ogni ragionevolezza, minacciando guerre “sante” e proclamando embarghi commerciali, c’è però da aspettarsi dalla vicina Repubblica (anche se incartata nei suoi pasticci elettorali) un ripensamento delle proprie prese di posizione. Gli interessi economici, per quanto rilevanti, non possono giustificare un totale stravolgimento dei riferimenti politici, culturali, ma anche etici, che dovrebbero guidare la politica estera di uno Stato. Ciò vale a maggior ragione trattandosi di Paesi che hanno stretto numerosi accordi bilaterali e legati da consolidate relazioni di amicizia e collaborazione.
La Svizzera, che nelle ultime settimane ha mostrato un’inaspettata e benvenuta “schiena dritta”, ha bisogno più che mai del sostegno della comunità internazionale.
Il ruolo che può giocare l’Italia, proprio in virtù dei suoi rapporti privilegiati con la Libia, potrebbe essere prezioso e contribuire ad una soluzione diplomatica della vicenda.
Se ancora una volta prevarranno gli interessi del momento, dovremo però cominciare a trarne qualche conseguenza.
Maurizio Agustoni
presidente di Generazione Giovani