08.10.2009
Le nostre radici
Riflessione sul convegno "Alle radici del cattolicesimo democratico"
È forse il caso di spendere ancora alcune parole a proposito della mattinata di studio che, sabato 12 settembre, il nostro settimanale ha organizzato a Massagno, in collaborazione con tre Associazioni interne o vicine al Partito, sul tema "Alle radici del cattolicesimo democratico".
Prima di tutto per osservare che, in una parte almeno delle reazioni registrate, è stato possibile cogliere un malinteso di lettura: chi ha parlato semplicemente di "radici del cattolicesimo" è caduto in un equivoco, certo involontario. In effetti Sturzo, don Alberti e il Popolo e Libertà hanno poco a che fare con le radici del cattolicesimo, che devono essere collocate storicamente quasi duemila anni prima, riferite alla predicazione di Gesù e documentate nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli. Ben diverso era il tema sul tappeto: si parlava di "radici del cattolicesimo democratico", cioè di quel complesso movimento storico attraverso il quale i cattolici hanno scoperto, e per così dire sposato, la democrazia.
Sul piano generale, come si sa, si è trattato di un processo lungo e graduale, i cui primi germi si possono trovare già fin nell'epoca della Rivoluzione francese e non scomparvero mai per tutto l'Ottocento: ma si trattava di passi brevi, compiuti in genere da piccoli gruppi o da singoli pensatori, che si ponevano su posizioni che eludevano quelle ufficiali della Chiesa cattolica, a lungo ancorate alla diffidenza verso le "libertà moderne". Siccome spesso si trattava di gruppi di laici, questo può essere citato come un esempio tipico di quanto la base del popolo di Dio può, alla lunga, essere anticipatrice nei confronti del Magistero: che solo con Leone XIII ebbe le prime aperture e solo nel secondo dopoguerra, con Pio XII, riconoscerà la validità universale del metodo democratico.
La coniugazione delle tre relazioni di quel convegno ha chiaramente documentato che, per quanto riguarda il Cantone Ticino, grande importanza in questa evoluzione ebbero sia il Partito che raccoglieva i cattolici (anche se portava il nome ottocentesco di "conservatore"; ma per un certo periodo, significativamente, "liberal conservatore" e infine "conservatore democratico"), sia il quotidiano Popolo e Libertà. Il posto occupato da don Francesco Alberti in questo processo fu di primaria importanza, perché la sua collaborazione e direzione del giornale si collocò, nel ventennio dal 1919 al 1939, proprio nel momento in cui i totalitarismi vincevano in Europa e le sirene si facevano sentire anche da noi: ed anche in qualche frangia del Partito, come la storia ha ben documentato.
Il posto di Luigi Sturzo in questo processo è legato alla sua attività politica a Caltagirone, e poi alla sua opera di fondatore del Partito Popolare Italiano: esperienza durata pochi anni e crollata sotto i colpi del fascismo, ma tale da aver rappresentato il faro della sua attività scientifica negli anni dell'esilio e da aver fornito anche al mondo ticinese l'orientamento di difesa ad oltranza della democrazia. In questo senso, il partito, pur avendo assunto solo nel 1970 il nome di "partito popolare", non venne mai meno al principio democratico e scoprì con largo anticipo il principio della laicità della politica. Nel contempo, di fronte ad un mondo cattolico almeno in parte diviso, abbandonò molto presto la pretesa di rappresentarlo in blocco, rinunciò sempre a denominazioni di carattere confessionale e rimase fedele alla lezione che Sturzo aveva proposto all'Italia, quando, fin dal 1919, respinse la formula del partito cattolico e sostenne invece la formula del "partito di ispirazione cristiana".
La scelta in favore della laicità della politica doveva procurare (è sempre stato così) anche delle defezioni nelle due diverse direzioni: da una parte i nostalgici del partito cattolico e dall'altra parte coloro che negano alle convinzioni religiose ogni e qualsiasi diritto di ispirare le scelte dei cittadini.
La coerenza ai propri principi fondamentali resta tuttavia per un partito un fatto determinante e per ogni militante un compito ineludibile. In questo senso, la lezione di Sturzo ha per il PPD un valore significativo anche oggi.
Non solo: l'episodio ha rappresentato una pagina positiva per tutto il Cantone, a dispetto del fatto che gli storici delle altre aree culturali abbiano disertato il convegno e che due quotidiani su tre lo abbiano snobbato.
Giorgio Zappa