17.10.2008

Educare: un rischio da correre?

di Nathalie Ghiggi

“Adesso prenditi le tue responsabilità!”. Alzi la mano chi non si è mai sentito dire questa frase. E alzi la mano anche chi, giovane appena bacchettato guardando con aria di sfida l’adulto, non abbia pensato “inizia a prendertele tu, le tue responsabilità!”.

Responsabilità ed educazione sono al centro dell'Appello sull'educazione lanciato a inizio settembre e sottoscritto da più di 500 persone: intellettuali, operatori del mondo della scuola, politici, ma soprattutto tante persone “comuni”.

L’ Appello, presentato all’opinione pubblica nei primi giorni dell’anno scolastico, sottolinea come la scuola sia sempre più spesso chiamata a prendersi delle responsabilità che spetterebbero alle famiglie in un momento in cui l’emergenza più grande per la nostra società è quella educativa. Come possono i giovani trovare una propria strada cosciente e responsabile, senza potersi riferire ad adulti consapevoli del loro ruolo nella società? Educare diventa quindi un rischio, in bilico tra due libertà. Un rischio che i numerosi genitori, gli educatori, gli insegnanti presenti settimana scorsa nell'aula magna, gremita in ogni ordine di posto, del Liceo di Lugano2 hanno voluto testimoniare. Testimonianze diverse, vere, che hanno un’origine comune: la famiglia.
Educare è quindi un compito della scuola o della famiglia? Qual è il ruolo dello Stato?

Lo Stato è chiamato certamente ad offrire una scuola forte, per tutti, che renda attrattivo lo studio, che sappia incoraggiare i talenti e l'apprendimento. In questo ambito il PPD svizzero ha recentemente ribadito tale necessità accettando una risoluzione a sostegno di questo tipo di scuola.

Ma tutto questo è sufficiente? La scuola, i docenti, gli animatori sono sempre più spesso chiamati a supplire le mancanze educative delle famiglie. Chiudere gli occhi su questo problema non è possibile, ripiegarsi a riccio su posizioni fuori dal tempo non serve a molto (se non ad esprimere una poco velata ipocrisia), trovare soluzioni è impegnativo. In una società in cui non si parla più di famiglia, ma di famiglie, la famiglia tradizionale e i suoi valori diventano sempre più rari, e come tali vanno protetti e sostenuti. Senza famiglie forti difficilmente esistono una società, un’economia e uno Stato forte.

L’Appello educativo ha il grande pregio di riportarci a riflettere, unire in una sola voce le esigenze delle numerose famiglie del nostro Paese, ma non solo. Di fronte a questo movimento spontaneo è importante che il mondo politico offra delle risposte chiare ai genitori, ai figli, ai giovani. Un’imposizione fiscale più favorevole alle famiglie, un adattamento degli orari di lavoro e delle strutture in favore dei genitori che vogliono e/o devono conciliare l’attività educativa con quella lavorativa, un contenimento dei costi della salute sempre più onerosi, sono solo alcuni dei temi all’ordine del giorno nell’agenda politica. Allo stesso tempo, però, anche la società civile è chiamata a mobilitarsi per rimettere al centro della cosa pubblica la famiglia.
Qualcosa, allora, si sta muovendo.



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