23.06.2008

Giovani e violenza: un binomio inedito?

di Maurizio Agustoni, presidente di Generazione Giovani

Il primo rapporto trimestrale del Gruppo operativo “Giovani-Violenza-Educazione” ha suscitato minor dibattito di quanto avrebbe meritato.
Eppure la fotografia della gioventù ticinese che ne esce non è granché rassicurante.

A tratti mi è capitato di ripensare all’Oliver Twist di Dickens, con le sue fumose atmosfere intrise di alcol, sporcizia e delinquenza.
I membri del Gruppo non esitano a denunciare una civiltà del superfluo, del consumismo sfrenato, dell’hic et nunc, della fuga dalle responsabilità (e quindi dalla realtà).

Tra le opulente pieghe di una società hi-tech scintillante e patinata, si nasconde insomma un disagio che trova il suo sfogo nella violenza, nelle dipendenze e nell’apatia. Nella decadenza.
Non mi sembra un fenomeno particolarmente nuovo.
Con il suo Ritratto di Dorian Gray, Oscar Wilde aveva tipizzato già nell’800 un tipo di gioventù bella e ricca eppure sfregiata da un’infelicità (auto)distruttiva.

Roba vecchia e conosciuta, mi viene da dire, ma non è la prima volta che una società si sorprende di sé stessa.

Quando negli anni ’50 il biologo Alfred Kinsey pubblicò i suoi rapporti sul comportamento sessuale umano, gli americani videro sbriciolarsi sotto i macigni puntigliosi della statistica, secolari convinzioni sulla loro pretesa virtuosità. Con imbarazzo, scoprirono che il 10% tra loro aveva provato piacere a farsi percuotere dal partner. Poi quelle stesse cose finirono nei film, anche colti, ed oggi intasano la rete.

I media e le statistiche si limitano a renderci più visibile (forse ingrandito) quel che già esisteva e condizionava le esistenze di tante persone. Come il bullismo.

Nel libro Cuore, De Amicis fa raccontare al piccolo Enrico Bottini le angherie subite dal Crossi (“quello coi capelli rossi, che ha un braccio morto, e sua madre vende erbaggi”), deriso e picchiato per la sua malformazione e per l’affetto che gli riservava quell’umile figura materna. Nessuno intervenne, neanche il buon Garrone, forte e massiccio, che pure avrebbe potuto porre fine allo scempio. C’è da giurare che qualche demente avrebbe filmato la scena col telefonino, se fossero esistiti nel 1886, e l’avrebbe messa su youtube.

Questo ci insegna che non è nel passato che dobbiamo trovare le soluzioni alle nostre magagne attuali. L’idealizzazione della società d’antan è un processo deformante che passa attraverso i  dipinti di Anker e si svilisce con le pubblicità del Mulino Bianco.

Non sarà il profumo dell’erba appena tagliata o il lento incedere del vomere nella nuda terra a renderci migliori. E temo non saranno neppure alcune delle misure proposte dal Gruppo operativo, soprattutto quelle che tendono a sostituire lo Stato ai genitori.

L’educazione all’affettività e alle emozioni è una bella sfida, ma non sta al maestro spiegare ad un bambino di 10 anni che l’amore è qualcosa di più di una “bravata” da mettere in internet per far ridere gli amici (e magari mortificare la fidanzatina). Per questo ci vorrebbero i genitori.

Anche Oliver Twist, di buon cuore e di altrettanto buon sangue, ebbe bisogno del signor Brownlow per trovare il coraggio e la forza di staccarsi dalle cattive compagnie in cui s’era impastoiato. Quid, però, se i nostri signori Brownlow (e rispettive signore, s’intende!) si rassegnano all’ineluttabilità dei mutamenti sociali e lasciano che la bandiera bianca del loro fallimento (educativo o di coppia) garrisca al vento?
Quid, per usare il titolo di una lettera pastorale del nostro Vescovo, se non hanno più vino?

La gioventù ticinese è assai migliore di quella scapigliata ed apatica che esce dal rapporto del Gruppo operativo.
Ed anche per quell’altra parte vale la pena di impegnarsi. Affinché tutti possano sentirsi come il “generale” Boka, uno dei ragazzi della via Pál, una storia triste di guerre tra bande: “per la prima volta nella sua anima di ragazzo balenò l'idea di ciò che è propriamente questa vita, per la quale noi, suoi schiavi, ora con gioia, ora con dolore, lottiamo”.

Sentirci schiavi della vita è forse la nostra più grande libertà.

Maurizio Agustoni

presidente di Generazione Giovani




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