15.07.2010
Buon compleanno, Svizzera!
"La patria è sempre dove si prospera" (Aristofane).
Andiamo in vacanza con questo numero. Oserei dire perfino "meritatamente". Ma, come già lo scorso anno, non mi va di saltare il Natale della Patria, senza manco una parola. Non a caso dico "Natale", ché di nascita, piccola piccola, del Paese si tratta. Forse non era proprio Agosto e neppure il primo del mese, ma poco importa: quei tre si misero insieme con l'intento di difendersi a vicenda, sorreggersi, tutelarsi, aiutarsi in caso di bisogno. Non una tregua dopo un conflitto, non un patto di non aggressione, ma di aiuto reciproco. Quel momento è stato sacro. In ogni nascita c'è qualcosa di sacro, che si tratti di persone, animali o una semplice pera. Non date retta alla scienza che pensa di avere risposte per tutto. Se poi a nascere è una buona idea, allora la sacralità è assicurata con tanto di timbro.
Nessuna parola su Leuenberger che ha annunciato le dimissioni per fine anno, ma che le darà soltanto nella sessione autunnale; niente sulle possibili dimissioni di Merz, che molti del suo stesso partito vorrebbero già per quest'anno; nessun discorso sui giochi di questi prossimi sei mesi, fino all'8 dicembre, festività dell'Immacolata, quando si eleggerà il nuovo ministro, uno o due che siano. Non è il momento di soffermarsi a valutare quel che rimane dei quindici anni passati dal ministro socialista alla guida di un dipartimento grande e complesso. Ricordo solo che molto spesso i giovani del suo partito lo hanno criticato con una certa asprezza. Ed è tutto dire.
Non parlo di problemi in vista di questa giornata del Primo di Agosto. Spesso e volentieri se ne approfitta per dire tutto il male possibile, svelare magagne, le cose che non vanno, i difetti, le ingiustizie, la mancanza di solidarietà, la chiusura, l'egoismo di un paese che sta bene e se ne infischia degli altri. L'ho fatto qualche volta. Ho colto l'occasione per dire corna e peste del Paese, opportunista, un po' schizofrenico. Non adesso. Non per improvvisa conversione, ma perché convinto che quella nascita sul mitico praticello del Grütli, quella triplice stretta di mani, come ce la raffigurano dipinti e quadri, abbia davvero posto le basi al senso vero della nozione di Patria. Oggi è un termine quasi fuori moda. Vanno bene la bandiera e l'inno se c'è qualche avvenimento sportivo, per il resto siamo privi di appartenenza. Il mondo si è fatto troppo piccolo per arroccarsi dietro un vetusto spirito nazionalistico, o semplicemente nazionale. Non è questa la Patria a cui mi riferisco. Non sono i confini, neppure le lingue, a ben vedere, neppure la maniera di far fondere il formaggio della propria valle. La Patria è una parola più profonda, che supera i costumi tradizionali, il folklore, i corni delle Alpi, i fuochi sugli alpeggi, i lumini tremolanti all'interno di palloncini con la croce bianca su fondo rosso o il sole a pieni raggi. Questi sono simboli di qualcosa che sta dentro il cuore dell'individuo. Sennò non si spiegherebbe perché il confederato che vive lontano dal paese sente il bisogno in questa giornata di fare qualcosa che lo avvicini a casa. Collegarsi con la Patria. Una bandierina sul balcone o in giardino. Basta e avanza. Per quel che rappresenta.
Se molti guardano a questo paese con aperta ammirazione, un motivo ci dev'essere. Non per le banche, non per il cioccolato né per i laghetti alpini o gli orologi. Neppure per la puntualità dei treni o le Guardie pontificie. Abbiamo qualcosa che è comune a tutti gli esseri umani e le nazioni, ma che ci distingue: questo paese è stato voluto e costruito pian piano, con gli anni e i secoli, con volontà e scelta. La Confederazione, nel suo microcosmo, si è allargata non conquistando territorio, ma facendosi scegliere da chi sentiva di voler far parte di una comunità. Un certo Macchiavelli non poté fare a meno di meravigliarsi per la mirabile convivenza degli Isvizzeri, al di là degli idiomi e delle religioni. Oh, non è stato tutto così facile, in certi momenti ce le siamo date di santa ragione, siamo andati a servizio di padroni in lotta tra loro, massacrandoci a vicenda per un misero soldo. Col tempo abbiamo capito.
Ma attenzione! La patria non è più la valletta da dove si proviene, o il quartiere dove si abita, o la cittadina, o la nazione. È stato così. "La patria è sempre dove si prospera", diceva Aristofane. "La patria è un qualsiasi luogo dove si sta bene", diceva Cicerone, e potrei citarne altri. In un mondo che si è fatto minuscolo più che piccolo, credo che oggi bisogna pensare alla patria come all'insieme della razza umana. Non c'è territorio che tenga, né confini, né colore della pelle. La volontà di stare insieme. "L'idea di patria è quasi morta, grazie a Dio", lasciò detto Gustave Flaubert. Buon compleanno, Svizzera!
CiscoKid
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