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Liberi pensatori a spese dei cittadini?

interpellanza di Armando Boneff, deputato in Gran Consiglio

INTERPELLANZA

del 24 aprile 2008

In data odierna i deputati hanno ricevuto dalla segreteria del Gran Consiglio un plico contenente, fra l’altro, il bollettino dell’Associazione Svizzera dei Liberi Pensatori sezione Ticino.
Tale bollettino non solo promuove legittimamente il pensiero degli appartenenti all’associazione (contro l’insegnamento religioso nella scuola) ma dileggia in modo irriverente il clero e la religione cattolica con vignette e fotografie.

Preoccupato e indignato dai toni intolleranti e irrispettosi degli estensori (altro che liberi pensatori!), ma soprattutto dal fatto che si utilizzi la corrispondenza ufficiale (a spese di tutti i contribuenti, cattolici compresi) per divulgare un organo di parte che banalizza la problematica dell’insegnamento della religione nelle scuole cercando di ridicolizzare i credenti,

chiedo al lod.le Consiglio di Stato:

chi ha autorizzato la spedizione del bollettino summenzionato con la corrispondenza ufficiale del Gran Consiglio?
qual è la posizione del Governo sul modo di proporre la tematica ai parlamentari utilizzando un tale metodo irrispettoso?
non ritiene il Governo che i cattolici ticinesi abbiano diritto a delle scuse ufficiali per il fatto che siano stati utilizzati canali ufficiali per divulgare materiale offensivo nei loro confronti?

Grato per una risposta, porgo distinti saluti.


Armando Boneff, deputato in Gran Consiglio (PPD)

Ticino 2007: 613 aborti legali, uno ogni 4.5 nascite – E noi stiamo a guardare?

Interrogazione di Carlo Luigi Caimi, deputato in Gran Consiglio

Nel 2007, nel Cantone Ticino, gli aborti legali sono stati 613: 1 aborto legale ogni 4.5 nascite (per l'esattezza: 1 ogni 4.54; nel 2006: 615, 1 ogni 4.56). Ciò risulta dai dati ufficiali provvisori sui nati vivi nel 2007 (2’785; nel 2006: 2'792), pubblicati dall'Ufficio federale di statistica (UST) il 28 gennaio 2008, e da quelli provvisori relativi alle interruzioni legali di gravidanza (ivg) effettuate nel 2007, forniti dall'Ufficio del medico cantonale (UMC) il 12 marzo 2008.

Secondo l’UST e l’UMC i dati indicano, a livello cantonale, una tendenza alla diminuzione delle interruzioni volontarie di gravidanza. Per mille donne tra i 15 e i 44 anni il tasso è sceso dall’8.03‰ al 7.27‰ tra il 2003 e il 2006. Il dato per il 2007 sembrerebbe indicare una nuova diminuzione, ma l’indice esatto non è attualmente ancora calcolabile (non essendo ancora disponibili i dati sulla popolazione). I dati evidenziano una forte differenza tra il tasso di abortività delle donne svizzere e quello delle donne straniere, che risulta circa il doppio.

Il tasso cantonale complessivo risulta, poi, più elevato di quello medio nazionale (che è di circa lo 0.8‰ più basso: esso è sceso da 6.78‰ nel 2004 a 6.48‰ nel 2006).
La ripartizione delle ivg secondo il tipo di intervento - chirurgico o farmacologico (Mifegyne - RU486) - è la seguente:

Interruzioni di gravidanza secondo il tipo d'intervento

               chirurgico                       farmacologico           entrambi     Totale
2006      260                                 348                              6                   614
2007      264                                 343                              6                   613

Di particolare rilevanza è la suddivisione secondo il domicilio della donna al momento dell’aborto:

Anno      TI :totale         Domicilio in TI: totale          di cui svizzere      di cui straniere   Domicilio in altri cantoni   Domicilio all’estero
2003     609                   524                                        322                        202                        7                                            78
2004     609                   524                                        312                        212                        3                                            82               
2005     592                   478                                        279                       199                         4                                            110
2006     615                   473                                        267                       206                         7                                            135
2007     613                   449                                        249                       200                         13                                          151

Ciò significa che ben 151 donne domiciliate all’estero (essenzialmente di nazionalità italiana), pari al 24.63% del totale delle interruzioni volontarie di gravidanza (nel 2006: 135, corrispon­denti al 21.95%), sono venute in Ticino solo per abortire legalmente. Se si toglie questo numero dal totale delle ivg effettuate in Ticino, il rapporto tra nascite e aborti legali scende (si fa per dire!) a 1 ivg ogni 6.2 nascite.

Questo “turismo abortivo” – tanto criticato in passato dai fautori della liberalizzazione dell’aborto - rappresenta un problema giuridico e di politica sanitaria di non poco conto: ci si domanda, infatti, come i medici possano seriamente adempiere al mandato loro affidato dall’art. 120 CP. Essi, infatti, devono tenere personalmente un colloquio approfondito con la gestante che intende abortire e fornirle tutte le informazioni utili, informarla sui rischi medici dell’intervento e consegnarle, contro firma, un opuscolo contenente: 1. un elenco dei consultori messi a disposizione gratuitamente, 2. una lista delle associazioni e degli organismi suscettibili di fornire un aiuto morale o materiale, 3. informazioni sulle possibilità di adozione del nascituro; e assicurarsi personalmente che la gestante di meno di sedici anni si sia rivolta a un consultorio per minorenni.

Il numero di aborti legali effettuati in Ticino nel 2007 non può certo lasciare indifferenti, non solo coloro che vorrebbero che il diritto alla vita di ogni persona venisse seriamente garantito fin dal concepimento: che si tratti di un bambino di madre italiana o svizzera, residente o meno.

Facendo uso delle facoltà previste dall'art. 142 della Legge sul Gran Consiglio e sui rapporti con il Consiglio di Stato formulo la seguente interrogazione:

1.Il Consiglio di Stato è a conoscenza del fatto che nel 2007 gli aborti legali in Ticino sono stati 613, che ben 151 (pari al 24.63% delle interruzioni volontari della gravidanza) sono stati effettuati su donne venute in Ticino solo per abortire legalmente e che il tasso di abortività delle donne straniere è circa il doppio di quelle svizzere?

2.Come valuta il Consiglio di Stato questa situazione? Cosa intende fare per ottenere una diminuzione delle interruzioni volontarie della gravidanza?

3.Cosa intende intraprendere il Consiglio di Stato contro il cosiddetto “turismo abortivo”?

4.Quali misure intende realizzare il Consiglio di Stato per ridurre il tasso di abortività delle donne straniere rispetto a quelle svizzere?

5.Il nuovo «Regolamento sull'interruzione volontaria della gravidanza» è stato emanato dal Consiglio di Stato il 27 marzo 2007 (BU 17 del 30.03.2007, pag. 127). Dopo più di un anno dalla sua entrata in vigore il 30 marzo 2007, le norme relative all’informazione e alla consulenza (art. 5) e al rinnovato opuscolo informativo (art. 6), in particolare redatto in una lingua comprensibile per le gestanti dei principali gruppi linguistici presenti sul territorio cantonale, non hanno ancora trovato realizzazione e la documentazione prevista non è disponibile.
a.Il Consiglio di Stato è a conoscenza di queste inadempienze?
b.A cosa sono riconducibili?
c.Cosa intende fare per porre fine a questa situazione?

6.Da anni il sito Internet del medico cantonale (http://www.ti.ch/DSS/DSP/UffMC/) alla voce “Interruzione della gravidanza” ha un link disattivato e non risultano al riguardo disponibili dati di nessun genere:
a.Come mai?
b.Cosa intende fare il Consiglio di Stato per finalmente mettere a disposizione anche sulla Rete le informazioni e la documentazione, in particolare sulle alternative all’interruzione di gravidanza e sugli aiuti materiali e morali forniti da enti pubblici e privati?



Carlo Luigi Caimi

Deputato in Gran Consiglio

Dai risultati del consuntivo 2007 non risulta necessario preventivare un aumento delle imposte

Interrogazione presentata da Giovanni Jelmini a nome del Gruppo PPD in Gran Consiglio

Il Consiglio di Stato ha recentemente presentato il consuntivo 2007 del Cantone, che chiude, come noto, con un disavanzo molto più contenuto del previsto  (31 milioni e non 170 come inizialmente preventivato).

Il Gruppo PPD riconosce che questo risultato non modifica sostanzialmente la necessità di risanare le finanze cantonali.

Sulla base dei nuovi dati riteniamo tuttavia opportuno un riesame delle premesse sulle quali il Consiglio di Stato ha impostato le sue scelte di Piano Finanziario, dove ipotizza, accanto a misure di contenimento della spesa, anche un aumento delle entrate fiscali.

Il PPD, confermando la sua ferma posizione contraria ad aumenti fiscali - come pure quella contraria all’iniziativa fiscale della Lega - considera necessario un riesame della situazione finanziaria da parte del Governo nel senso di valutare attentamente se, alla luce del consuntivo 2007, appare ancora necessario prospettare un aumento delle imposte per garantire il risanamento finanziario.

È utile ricordare in questo ambito come il risultato del consuntivo 2007 sia stato principalmente determinato da un aumento delle entrate fiscali.

Il Gruppo PPD esprime la convinzione che un segnale da parte del Governo, nel senso di una rinuncia all’aumento delle imposte per risanare le finanze cantonali, potrebbe contribuire a respingere l’iniziativa sugli sgravi fiscali della Lega. Verrebbero a cadere eventuali appoggi significativi da parte degli ambienti economici, preoccupati per le conseguenze sulla competitività delle aziende conseguenti a un eventuale aumento delle imposte.

In conclusione, il Gruppo PPD chiede al Consiglio di Stato di voler, alla luce dei risultati del consuntivo 2007, riesaminare le premesse del Piano finanziario, per poi assicurare in termini tempestivi ed espliciti di voler limitare nell’ambito del contenimento delle uscite le misure intese al risanamento delle finanze, evitando di prospettare futuri aumenti delle imposte.

Equivalenza dei titoli professionali nelle zone di frontiera:

Mozione presentata da Monica Duca Widmer, a nome del Gruppo PPD in Gran Consiglio

In un mercato sempre più aperto dopo la progressiva introduzione della libera circolazione delle persone, il tema del riconoscimento dell’equivalenza dei titoli di studio e dei diplomi professionali si è accentuato come fattore di concorrenza verso la manodopera indigena, venendo progressivamente ad attenuarsi il ruolo dei servizi attualmente competenti in materia di concessioni dei permessi di lavoro a lavoratori stranieri.

Un recente convegno svoltosi a Varese su “Apprendistato e formazione: il riconoscimento dei titoli di studio tra Italia e Svizzera”  ha dimostrato che molti sono ancor i passi in avanti da compiere per raggiungere l’obiettivo dell’equivalenza dei titoli professionali.

Basti pensare che questa tematica tocca, come rilevato nel citato Convegno, un numero sempre maggiore di persone che lavorano a cavallo della frontiera italo-elvetica. È quindi indispensabile adottare quanto prima un efficace sistema di valutazione dei titoli professionali, sia per garantire una maggiore equità verso i lavoratori che si sono formati all’estero, sia per prevenire un’indebita concorrenza tra i lavoratori, con una ricaduta negativa anche sul piano salariale per i residenti.

Già nel settembre 2002 Renato Ricciardi presentava a nome del Gruppo PPD una mozione dal titolo “L’equivalenza dei titoli professionali nelle zone di frontiera”, che mantiene intatta la sua attualità, ragion per cui ne riprendiamo di seguito le principali richieste.

Facendo uso delle facoltà previste dall'art. 101 della Legge sul Gran Consiglio e sui rapporti con il Consiglio di Stato, il Gruppo PPD chiede – nella forma della mozione – al Consiglio di Stato di :

Riattivare, conformemente alle disposizioni contenute nell’art. 22 della nuova Lorform, il gruppo di lavoro che tra il 1997 e il 1999 si è occupato del riconoscimento dei titoli professionali e di assegnargli i seguenti compiti:

1.Definire dei criteri per il riconoscimento diretto e automatico dell’equivalenza (elenco dei titoli e dei diplomi esteri ritenuti, sulla base dei programmi di formazione, equivalenti a quelli svizzeri).

2.Recuperare le lacune in vista di una completa equipollenza (offerta di corsi per completare la formazione).

3.Allestire un bilancio delle competenze per un percorso di qualificazione e di certificazione (se il riconoscimento diretto dell’equipollenza o un recupero delle competenze in una determinata professione qualificata non sono possibili, può essere offerta una via formativa per raggiungere i requisiti stabiliti nei regolamenti di studio e di tirocinio svizzeri che tenga conto delle competenze teoriche/pratiche acquisite e si concluda con una certificazione riconosciuta).

La realizzazione di questi obiettivi dovrebbe essere improntata alla massima collaborazione con gli interlocutori sociali (associazioni professionali e sindacali) ticinesi e lombardi e coinvolgendo le amministrazioni territoriali, in un’ottica di “governance” del mercato del lavoro transfrontaliero.

 

Progetto Ofima in Valle Lavizzara e Leventina: qual è la posizione del Governo ?

Interrogazione di Fiorenzo Dadò

Lodevole Consiglio di Stato

Presieduta dal dott. Rolf W. Mathis, si è svolta venerdi 28 marzo l’assemblea generale delle Officine Idroelettriche della Maggia.

I risultati sono stati esposti in modo dettagliato, in particolare dal dir. Marold Hofstetter, il quale ha fra l’altro comunicato che il prezzo medio dell’energia marca Ofima nel 2007, è stato di 4,9 cts/ kWh. Un costo interessantissimo, al di sotto di quanto si verificava negli anni scorsi, considerata la situazione generale, come pure il fatto che si tratta di energia pregiata e di qualità.

La novità più importante e sorprendente è però stata quella comunicata in merito al previsto progetto di ampliamento in Valle Lavizzara. Esso prevede la costruzione di una potente centrale di circa 1000 MW, fra i bacini del Sambuco e del Naret, interessante sia l’alta Valle Maggia che la Leventina, per la produzione di energia di punta e di regolazione. Lo stesso sarebbe sotterraneo e sfrutterebbe l’acqua già oggi captata dalle Ofima, non compromettendo ulteriormente la situazione già difficile in cui si trovano attualmente i corsi d’acqua valmaggesi. Per la realizzazione di questo grosso progetto in Valle Lavizzara e Leventina è previsto un investimento di oltre un miliardo di franchi.

A questo proposito, il presidente dott. Mathis ha riferito che il Governo, nell’ottobre scorso, ha espresso il suo pare a riguardo, con una presa di posizione dettagliata, frutto dell’analisi di una commissione appositamente incaricata per esaminare la fattispecie. Nella stessa vi sarebbero considerazioni di tipo giuridico, ambientali e su altre problematiche legate al progetto, che non andrebbero a favore di una sua realizzazione. Fino ad oggi, il Gran Consiglio, come neppure la Commissione speciale energia non hanno avuto modo di poter esaminare e quindi accedere a queste considerazioni.

Di fronte a queste informazioni e vista la notevole importanza che esse rivestono per la Valle Maggia, la Leventina nonché per l’intero Cantone, mi permetto interpellare il Lodevole Consiglio di Stato per sapere:


1.Quali sono realmente le intenzioni del Governo a questo proposito?

2.È prevista la distribuzione ai membri del Gran Consiglio del rapporto contenenti le conclusioni a cui è giunta l’apposita commissione, incaricata di studiare ed esprimersi sul progetto Sambuco/Naret sopra citato?

3.Se no, perché non ne avranno accesso?

4.Non ritiene il Governo, vista l’importanza della tematica, che almeno i membri della Commissione energia debbano essere messi a conoscenza in modo puntuale e dettagliato del rapporto e delle conclusioni a cui è giunta questa apposita commissione?




In attesa di una risposta saluto cordialmente



Fiorenzo Dadò

In difesa delle bambine prima che sia troppo tardi (per combattere - nel nostro piccolo - le mutilazioni genitali femminili)

Mozione “In difesa delle bambine prima che sia troppo tardi", presentata da Alex Pedrazzini e cofirmatari

1) Il fenomeno delle mutilazioni genitali femminili

La pratica della mutilazione genitale femminile (termine usato per indicare qualunque intervento che includa la totale o parziale rimozione o l’alterazione dei genitali femminili per ragioni di ordine non medico), legata a tradizioni ancestrali ed a dinamiche socioculturali, è profondamente radicata in numerosi Paesi. Secondo gli studiosi le motivazioni alla base della stessa sono molteplici. Ricordano tra le altre :

- il timore che il clitoride possa avvelenare il bambino al momento della nascita

- la convinzione che la mutilazione genitale femminile sia indispensabile affinché una donna possa essere considerata pura, pulita;

- quella che si tratti di un provvedimento atto a ridurre le pulsioni sessuali, necessaria per salvaguardare la verginità e l'onore della donna e per rafforzare la sua fedeltà al marito

- quella che questo gesto intensifichi la fertilità.

Una cosa è certa : in quei contesti una ragazza che non vi si sottopone non sarà chiesta in matrimonio. Anzi, peggio : verrà bandita dal gruppo.
La sofferenza fisica (che la mutilazione comporta) pare allora per lei preferibile alla stigmatizzazione, alla vergogna, all’isolamento ed all'ostracismo cui sarebbe altrimenti confrontata.

Si distinguono diverse pratiche di mutilazione genitale femminile. Si va dalla rimozione del prepuzio con o senza l’incisione di parte del clitoride, alla rimozione parziale o totale del clitoride, con distruzione delle grandi labbra e delle piccole labbra per giungere sino all’intervento più severo,l’infibulazione o circoncisione faraonica che consiste nella rimozione del clitoride, delle labbra adiacenti (grandi e piccole), e della congiunzione dei lati danneggiati della vulva attraverso la vagina, dove sono sigillati con spine, o cuciti con corde di budello o filo, a seconda dei differenti costumi".

Non c’è assolutamente bisogno di essere operatori sanitari per comprendere che genere di tragedia possa costituire per una bambina una mutilazione sessuale. La cruda descrizione di un intervento tipo dice tutto e di più : due donne le divaricano le gambe, una terza le immobilizza le braccia ed un mammana (tradizionalmente una donna anziana) , procede senza anestesia alcuna, con uno strumento da taglio rudimentale (lama di rasoio, forbici, coltelli da cucina, pezzo di vetro) , il più delle volte non sterilizzato, strumento che viene usato su più “vittime” in successione.

La mutilazione genitale femminile provoca traumi di estrema gravità : colpisce corpo e anima, presente e futuro. Oltre al numero importante di ragazze che muoiono d’infezione ed ai dolori lancinanti al momento dell’intervento occorre sapere che il dolore si ripeterà – anche se in altra forma - al momento delle mestruazioni, del rapporto sessuale, del parto. La vittima sarà così “ferita per sempre”.

Malgrado l’impressionante portata del fenomeno (vedi punto seguente), se ne parla raramente e con profondo imbarazzo perché trattasi di questione intima, di “cose da donna” e che poi capitano in casa altrui o meglio “dall’altra parte del mondo”.
Siamo qui confrontati ad uno di quei pudori osceni e ad una di quelle ignoranze volute di cui la nostra società nel terzo millennio dovrebbe sapersi sbarazzare.



2) La diffusione del fenomeno delle mutilazioni genitali femminili

Nel mondo ogni 10 secondi una ragazza subisce un’escissione. Durante il tempo tecnico necessario per leggere questa mozione un centinaio di bambine si ritroveranno invalide nel corpo e nell’anima. I Paesi in cui questo atto viene praticato sono numerosi : in più di ventisei regioni del continente africano (Africa subsahariana, Egitto, Sudan); nel sud della penisola araba e nei luoghi circostanti il Golfo persico (Yemen del sud, l'Oman, Emirati Arabi e Bahrain); in Giordania, Oman, Gaza; in alcune comunità curde dell’Iraq, dell’Iran, della Siria e della Turchia; in India, Malesia ed Indonesia; tra le tribù aborigene dell'Australia come pure tra quelle del Pakistan, Sri Lanka, Perù, Brasile, Messico dell'est. In che proporzione? Alcune cifre impressionano : il 99% della donne in Guinea, il 92% nel Mali, il 90% nel Sudan ma anche (cosa che ci ha sorpreso) il 97% in Egitto!

Rileviamo per inciso che contrariamente ad un’opinione largamente diffusa questa pratica non è direttamente collegata alla religione islamica come lo dimostra il fatto che secondo gli studiosi essa è preesistente alla nascita di Maometto (ed addirittura di Cristo) , quello che numerosi sono i paesi a forte presenza musulmana dove la stessa non è per nulla corrente (esempi : Marocco, Algeria, Libia, Tunisia) ed infine il fatto che le mutilazioni genitali femminili sono una realtà – come già visto - anche per popoli che con l’islam hanno poco a che vedere.

Se la stragrande maggioranza delle mutilazioni genitali femminili viene praticata in Africa centrale (e nelle altre zone del mondo sopra citate), le migrazioni internazionali hanno condotto gradualmente il fenomeno anche in Europa dove è in constante crescita.
Secondo uno studio dell’Unicef la Svizzera non ne è risparmiata : si valuta che nel nostro Paese vivano oggi più di 7'000 donne che sono state o rischiano d’essere escisse. La maggior parte di loro risiede in Svizzera francese perché francofone. 



3) Le norme legali che in Svizzera puniscono le mutilazioni genitali femminili

La mutilazione sessuale nella forma dell’infibulazione ad esempio costituisce per il diritto svizzero una lesione personale grave a norma dell’articolo 122 del codice penale che punisce “chiunque intenzionalmente mutila il corpo, un organo o arto importante di una persona”. È perseguibile d’ufficio. Forme più blande di mutilazione genitale femminile potrebbero rientrare nella casistica coperta dall’art 123 (lesioni personali semplici) ma restano pur sempre un reato. Un’iniziativa parlamentare presentata il 17 marzo 2005 dalla CN Maria  Roth-Bernasconi dal titolo “Réprimer explicitement les mutilations sexuelles commises en Suisse et commises à l'étranger par quiconque se trouve en Suisse” è attualmente all’esame delle Camere. Essa propone che si faccia della mutilazione genitale femminile un reato specifico. Le Commissioni degli affari giuridici  del Consiglio nazionale e degli Stati hanno accettato l’iniziativa che quindi pare essere sui giusti binari. La Svizzera – in caso di approvazione - raggiungerebbe così altri paesi europei (Norvegia, Svezia, Regno Unito, Belgio, Danimarca, Spagna) ed extra europei (Stati Uniti,Canadà, Nuova Zelanda).

Anche la vicina Repubblica ha legiferato in merito. Il nuovo articolo 583-bis del codice penale recita : “ Pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili – Chiunque, in assenza di esigenze terapeutiche, cagiona una mutilazione degli organi genitali femminili è punito con la reclusione da quattro a dodici anni. Ai fini del presente articolo, si intendono come pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili la clitoridectomia, l’escissione e l’infibulazione e qualsiasi altra pratica che cagioni effetti dello stesso tipo. Chiunque, in assenza di esigenze terapeutiche, provoca, al fine di menomare le funzioni sessuali, lesioni agli organi genitali femminili diverse da quelle indicate al primo comma, da cui derivi una malattia nel corpo o nella mente, è punito con la reclusione da tre a sette anni. La pena è diminuita fino a due terzi se la lesione è di lieve entità. La pena è aumentata di un terzo quando le pratiche di cui al primo e al secondo comma sono commesse a danno di un minore ovvero se il fatto è commesso per fini di lucro. Le disposizioni del presente articolo si applicano altresì quando il fatto è commesso all’estero da cittadino italiano o da straniero residente in Italia, ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia. In tal caso, il colpevole è punito a richiesta del Ministro della giustizia.”

Interessante questo ultimo paragrafo. Permette infatti di punire anche lo straniero residente in Italia che commette un’infibulazione su sua figlia nel suo Paese d’origine, cosa che attualmente non è possibile in Svizzera ma che lo diverrà al momento in cui le Camere dovessero approvare l’atto parlamentare Roth - Bernasconi.

Nell’attesa di questi sviluppi, ricordiamo che una mutilazione genitale femminile è perseguibile nel nostro Paese se eseguita sul nostro territorio, se praticata all’estero da parte di un nostro connazionale oppure su una cittadina svizzera. In altre parole un cittadino somalo dimorante da noi che si recasse in vacanza nel suo paese d’origine e procedesse alla mutilazione sessuale di sua figlia non dovrebbe oggi rispondere alla nostra Giustizia.

Diversa la situazione invece se intendesse prendere la nazionalità svizzera e farla assumere anche ai membri femminili della sua famiglia : al momento i cui la dovesse ottenere, la mutilazione genitale femminile lo renderebbe perseguibile anche se la stessa fosse compiuta al di fuori dei nostri confini.
È questo il punto centrale della presente mozione.



4) La situazione nel nostro cantone 

Da un’inchiesta promossa nel 2005 dall’Unicef risulta che anche nella Svizzera italiana si rivolgono a ginecologi, pediatri, ostetriche e servizi sociali donne che hanno subito una mutilazione genitale femminile.

Secondo le statistiche vivono attualmente nel nostro cantone parecchie persone provenienti da paesi dove la mutilazione genitale femminile è praticata (con frequenza più o meno alta). Ad esempio a fine 2006 si registrava la presenza di 58 Eritrei, 56 Somali, 46 Egiziani. Ad essi si devono aggiungere poi coloro che già erano stati naturalizzati. Partendo da questi dati ci pare opportuno formulare all’indirizzo del nostro Governo tre proposte.



4.1) La naturalizzazione, un’occasione da cogliere

Alcune decine di donne e di uomini provenienti da paesi ove la mutilazione genitale femminile è praticata sono stati naturalizzati negli ultimi anni ed altri lo saranno negli anni a venire.
Da loro dipende il futuro delle loro figlie. Nella procedura di naturalizzazione vediamo un’occasione da cogliere per combattere questa crudele prassi che fa scempio del corpo delle bambine.
È risaputo che per l’ottenimento della nazionalità rossocrociata (e dell’attinenza ticinese), a livello del singolo Comune deve intervenire secondo quanto la legge prescrive un contatto diretto con lo straniero che ha formulato la richiesta.
In quest’ambito si procede ad una verifica circa il suo grado di integrazione (tema al centro attualmente di un vasto dibattito).
Noi pensiamo che sarebbe buona cosa (anzi cosa eccellente) che questa occasione fosse sfruttata per ricordare alla ed al richiedente provenienti da una nazione a rischio che le mutilazioni genitali femminili costituiscono per il nostro diritto un reato grave.
Siamo anzi dell’idea che si debba andare oltre ed invitare l’interessato a sottoscrivere un impegno che potrebbe essere redatto ad esempio in questi termini :  “Sono cosciente che nel paese di mia provenienza esiste l’usanza della mutilazione genitale femminile e che ancora oggi la stessa viene praticata. Prendo atto che per il diritto svizzero si tratta di un reato punibile ai sensi del codice penale. Cosciente di questo fatto e di ciò che dal momento dell’ottenimento della nazionalità elvetica queste norme mi saranno applicabili anche all’estero,  mi impegno formalmente nei confronti delle autorità a non sottoporre mai un membro della mia famiglia ad una mutilazione genitale femminile né direttamente né per interposta persona, nè in Svizzera nè all’estero.”
Il passaggio “naturalizzazione” ci pare in questo senso un’occasione da utilizzare al meglio. Questo sarà un modo per rendere attenta la persona che ha presentato la domanda  su alcuni punti forti delle regole cui sarà sottoposto dal momento che possiederà il nostro passaporto, prima fra tutte proprio quella della punibilità di atti commessi da lui all’estero.
Aggiungiamo che questa prassi potrebbe tra l’altro essere utile ai diretti interessati che potranno addossare alla legislazione svizzera ed ai rischi di perseguimento penale il fatto di non aver seguito quella che da secoli nel loro Paese di provenienza è tradizione atavica..
Invitiamo il Consiglio di Stato a valutare l’opportunità di emanare in questo senso una direttiva all’indirizzo dei Comuni.
Con atto parlamentare parallelo (iniziativa elaborata) viene proposto d’altronde che il cpv 1 dell’art 16 della Legge sulla cittadinanza ticinese e sull’attinenza comunale sia modificato in modo di accordare il giusto peso, nell’ambito dell’integrazione, oltre che alla conoscenza della lingua, della civica, di storia e di geografia svizzere e ticinesi anche delle disposizioni penali che sarà chiamato a rispettare.

 4.2) Una seconda proposta : la sensibilizzazione degli operatori sanitari

Un secondo tassello di questa azione :  si invita il Governo a ricordare a medici, ginecologi, pediatri ed operatori del ramo sanitario che il loro obbligo di segnalazione (prescritto dall’art 68 della Legge sulla promozione della salute e il coordinamento sanitario ) comprende anche la mutilazione genitale femminile e che quindi dovranno avvertire chi di dovere quanto constatato in particolare se riguarda interventi effettuati di recente a danni di bambine.

 4.3) La terza proposta : adeguata sensibilizzazione delle comunità straniere toccate dal fenomeno della mutilazione genitale femminile

Il nostro Governo potrà in parallelo cogliere l’occasione per invitare il delegato per l'integrazione degli stranieri a promuovere una campagna presso le comunità residenti nel nostro Cantone e provenienti dai “paesi a rischio”. Questa azione di informazione permetterà di sensibilizzare chi non è probabilmente pienamente cosciente dei danni all’integrità fisica e psichica che occasionano certe pratiche. 



Conclusione

Siamo coscienti del fatto che qualcuno potrebbe considerare queste nostre proposte come assolutamente non prioritarie rispetto ad altri problemi cui è confrontato il nostro cantone.
Altri potranno obiettare che l'intervento si riferisce comunque ad una casistica molto limitata. Lo sappiamo come pure sappiamo che quanto l’autorità politica cantonale potrà fare concretamente per combattere la mutilazione genitale femminile sarà una goccia nel mare. Essa costituirà comunque un passo nella giusta direzione, che non cambierà le sorti del mondo ma potrà regalare – non foss’altro che ad una sola bambina – una vita vera perché non ipotecata da quell’intervento mostruoso che le sarebbe stato altrimenti imposto. I nostri sforzi congiunti troveranno così giustificazione piena.
 
In sunto chiediamo al Consiglio di Stato di valutare (nello spirito anche di quanto previsto dall’art 4 cpv 2 della Legge federale sugli stranieri che sottolinea l’importanza di una corretta integrazione volta a garantire agli stranieri che risiedono legalmente e a lungo
termine in Svizzera la possibilità di partecipare alla vita economica, sociale e culturale della società) l’opportunità di  :

trasmettere alle autorità comunali una direttiva con la quale le si invita a far sottoscrivere a naturalizzande e naturalizzandi provenienti dai Paesi dove è praticata la mutilazione genitale femminile un impegno secondo il quale non si faranno promotori di questo gesto ai danni di loro famigliari né in Svizzera né all’estero, coscienti del fatto che lo stesso costituisce un reato ai sensi del Codice penale

ricordare agli operatori sanitari che la mutilazione genitale femminile costituisce un reato nel nostro Paese e che il dovere di segnalazione cui sono astretti copre anche questa fattispecie

invitare il Delegato per l'integrazione degli stranieri a promuovere un’azione di informazione e di sensibilizzazione presso le comunità provenienti da paesi dove la mutilazione genitale femminile è pratica corrente

 

Abusi nelle prestazioni sociali e complementari: quali controlli?

Presentata da Fabio Regazzi, a nome del Gruppo PPD in Gran Consiglio

È tornata d’attualità una vecchia (risale oramai al 1997) iniziativa parlamentare dal titolo “Per un freno agli abusi in campo sociale”, con la quale chiedevo l’istituzione di un organismo di controllo. L’iniziativa venne archiviata rapidamente perché si era convinti che l’introduzione della nuova legge sull’armonizzazione e il coordinamento delle prestazioni sociali (Laps) avrebbe evitato ogni problema.
Ora, quanto si sta facendo in alcuni cantoni (a Zurigo per esempio) ha dimostrato che il problema dell’abuso esiste e che anzi appartiene agli organi incaricati di erogare l’aiuto sociale di vegliare affinché le persone che possono legalmente pretendere un aiuto finanziario ne beneficino realmente. Vi è infatti il dovere per i medesimi di lottare contro eventuali abusi al fine di proteggere efficacemente l’utente onesto dalla stigmatizzazione e dal discredito.
Per questo, la Conferenza svizzera delle istituzioni dell’azione sociale (CSIAS) ha pubblicato un vademecum delle modalità e degli strumenti per prevenire, combattere e punire gli abusi nel campo sociale1. Dunque la base giuridica per intervenire in modo efficace è data.

Alla luce di quanto sopra, ci rivolgiamo al Consiglio di Stato per chiedere :
1.Quali strategie (management della qualità) e misure di controllo il Dipartimento della sanità e della socialità ha messo in atto (o intende mettere in atto) per prevenire e combattere gli abusi nell’ambito delle prestazioni sociali, in particolar modo dell’AI e delle prestazioni complementari alle rendite AVS e AI?
2.Come valuta il Dipartimento l’efficacia di questo strumentario?
3.Di quanti dossier si occupa mediamente un funzionario incaricato di evadere le domande di AI e prestazioni complementari?
4.Al momento della presentazione di una nuova domanda di aiuto, quali tipi di accertamenti vengono effettuati, e con quali modalità?
5.Per i dossier già aperti, quali verifiche sono svolte?
6.Quanti sono i casi di abuso individuati dall’introduzione della Laps nel 1998?
a.Quanti di questi hanno comportato una diminuzione delle prestazioni?
b.In quanti casi sono stati sospesi gli aiuti sociali?
c.In quanti casi è stato chiesto il rimborso delle prestazioni?
d.Qual è l’ammontare della somma incassata rispetto alla richiesta di rimborso?
e.Quante denunce sono state presentate?
 

25.01.2008

Nuovo regolamento per l’utilizzo degli spazi scolastici cantonali: penalizzate le società sportive e le associazioni senza scopo di lucro che si occupano di giovani, anziani e invalidi

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24.01.2008

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Non esiste un monitoraggio sistematico del disagio giovanile (termine spesso abusato, ma che tra gli addetti ai lavori e la popolazione è ormai diventato d’uso corrente). Ma se la violenza perpetrata da e su giovani costituisce un indicatore, possiamo desumere un aumento – negli ultimi anni – ...

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