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23.06.2008

di Maurizio Agustoni, presidente di Generazione Giovani

Il primo rapporto trimestrale del Gruppo operativo “Giovani-Violenza-Educazione” ha suscitato minor dibattito di quanto avrebbe meritato.
Eppure la fotografia della gioventù ticinese che ne esce non è granché rassicurante.

A tratti mi è capitato di ripensare ...

In margine al convegno "My italian Switzerland?"

di Remigio Ratti per l'inserto culturale Pegaso

La Svizzera non esiste” è stata la poco felice denominazione del padiglione svizzero all’Esposizione mondiale di Sevilla del 1992. E, c’era da immaginarselo, puntualmente anche a Filadelfia si è arrivati alla provocazione: “La Svizzera italiana è solo una fiction” (Filippo Lombardi); una finzione, ma che funziona bene per ottenere risorse dalla Confederazione; un esempio eccellente sarebbe la RTSI.
C’era allora bisogno, ha ribattuto Nenad Stojanovic, di volare fino negli USA e di lasciarsi invitare dalla prestigiosa University of Pennsylvania per discutere tre giorni di fiction?

Identità e politici

A mo’ del nostro senatore, inizio anch’io con il botto, nella speranza di attirare il lettore di Pegaso. Mi permetto così un personale commento rinviando all’esaustivo ed equilibrato riassunto del convegno riproposto in queste pagine da Moreno Bernasconi.
Diciamo subito che Lombardi ha pure precisato che anche la Svizzera romanda e la Svizzera tedesca non esistono come identità propria e soprattutto ha aggiunto le tre piste che lui intravvede per un rinnovato rapporto della SI con il paese: chiede che l’identità svizzero-italiana non serva solo a ricevere, ma anche a dare qualcosa; chiede alla Svizzera di restare plurilingue e quindi si preoccupa di salvaguardare il tedesco (rispetto all’introversione dei suoi dialetti); chiede una migliore conoscenza e nuovi rapporti con l’Italia, cogliendo l’occasione dell’esposizione universale di Milano del 2015, della successiva apertura di Alptransit e dell’Expo San Gottardo del 2020.

Anche la consigliera di stato Patrizia Pesenti è intervenuta, ufficialmente in occasione del dinner e personalmente nella sessione “identità politica” del convegno (il discorso è ritrovabile sul sito www.ti.ch), indicando, con rigorosa argomentazione vista la sede accademica, le forze e le debolezze nella nostra attuale situazione politica svizzera. Quale stupore nell’apprendere al nostro rientro in Svizzera immediatamente dopo la fine dell’incontro che il suo testo poteva essere stato letto come uno “sparlare” del nostro Paese... con puntuale interrogazione parlamentare.

Ne tiro un prima conclusione: il discorso sulle identità - di per sé sempre difficile e “incontournable” come amano dire i Francesi - è particolarmente delicato, facilmente strumentalizzabile, quando a prenderlo in mano sono i politici al fronte. A loro è purtroppo concessa una libertà d’espressione limitata, anche quando c’è la rete di protezione della sede accademica.

Le attese dei nostri ospiti americani

Già dopo la  prima sessione dedicata all’«identità storica» -  caratterizzata dalle ottime e complementari relazioni di Georg Kreis, Antonio Gili, Chiara Orelli e Carlo Moos - è apparso evidente che i nostri interlocutori americani, primo fra tutti uno dei due iniziatori del convegno, l’americano Jonathan Steinberg, autore di Why Switzerland, si attendevano dal “laboratorio svizzero italiano” degli spunti per leggere possibili analogie e problematiche tra il nostro processo di convivenza e di integrazione e quello dell’Europa in divenire, dell’Europa del multilinguismo e delle regioni.

E qui sta tutto il valore delle sollecitazioni venute dalla Pennsilvania: un invito ad osare di più nella ricerca e nell’analisi comparata. Essa ci permette di valorizzare quello che noi siamo e quello che abbiamo scoperto nelle ricerche, anche pluridisciplinari, condotte negli ultimi decenni. Nella globalizzazione emergono le nuove scale e dimensioni delle dinamiche territoriali, economico-sociali e politiche: la Svizzera italiana e il Ticino devono decisamente sbloccarsi cogliendo, a geometria variabile, nuove opportunità di sviluppo. La ricerca sulle nostre identità non può che guardare alle nuove sfide e a i nuovi equilibri, esterni-interni, che queste richiedono.

Filadelfia ci ha regalato un interesse esterno - sia pur di poche personalità - che può portarci lontano, al di là dell’evento che a taluni è sembrato un’estemporanea curiosità. Per esempio, intrattenendoci con il professor Steven Hughes (Loyola College in Maryland) scopriamo che il suo interesse per il Ticino lo ha portato a dedicare a noi cinque mesi del suo congedo sabbatico e che il già citato prof. Steinberg e il suo collega direttore del Centro di studi italiani della Pennsylvania University Fabio Finotti sono e mettono in rete tutta una serie di docenti e ricercatori all’estero ma anche in Svizzera come Stefano Prandi (Uni Berna). Bello è stato vedere Mario Botta - il cui maestro Louis Kahn era di Filadelfia - far conoscere e valorizzare l’approccio umanistico dell’Accademia di Mendrisio incrociandolo, in terra americana, con quello di una personalità come Pietro Boitani, uno dei punti di riferimento, con Carlo Ossola, dell’Istituto di studi italiani e del master appena creato all’Usi di Lugano.
E’ forse il preludio a tutta una serie di nuove ricerche identitarie a nuove scale, meno introverse e meno legate ad un condizionante elvetismo che ci confina a periferia?

Identità culturale e identità territoriale

Ci muoviamo in un campo - appena sfiorato nel convegno - dell’«italicità», un paradigma nuovamente cognato per designare tutto quello che attiene alla cultura italiana in senso lato, dal punto di vista spirituale, del gusto e del carattere. In questo senso si può parlare di un’italicità in Svizzera e non solo nella Svizzera italiana. E’ questa una possibile forma di recupero di quell’«identità indebolita» - Marco Cameroni ha denunciato la crisi dell’italiano e la rimozione di una storia comune, sia per colpe svizzere sia italiane - o della “riduzione della nostra italianità” (Antonio Gili)? Per capire meglio la questione è stata distribuito e anticipato dall’editore Giampiero Casagrande il saggio di Piero Bassetti Italici - Il possibile futuro di una community globale. La lingua determina la nostra “Weltanschauung” e non viceversa - ha aggiunto Giulio Lepshy (University of Reading and Fellow of the British Academy), anche se poi, lo stesso oratore opportunamente nella discussione ha aggiunto: comunque... l’importante è in primo luogo “pensare”, non importa in che lingua

Insomma, nello scenario postmoderno è più facile parlare di identità culturale che non della tradizionale identità territoriale.
Per buona parte degli economisti, ma non solo, presenti alla sessione “identità economica”, la globalizzazione mette fuori gioco qualsiasi riferimento dell’economia e della finanza ad una realtà territoriale (Paolo Grassi, da vent’anni a New York), per cui la territorialità sarebbe ormai solo sinonimo di ostacolo al business. Quest’ultimo termine ha inoltre assunto una connotazione negativa a causa di una mondializzazione che ha fatto apparire, quale risposta, un risorgere di nazionalismi e di nuove frontiere.

Eppure proprio l’esempio svizzero e della Svizzera italiana sono lì a fare da laboratorio per una convivenza multiculturale e multietnica, mentre tutta una scuola di economisti dell’innovazione e dello sviluppo considerano il territorio come uno “spazio attivo”, come “learning region”, che fa da supporto qualificante, tramite le proprie qualità incorporate e le potenzialità interattive e di rete. La scuola bancaria di Vezia (Giorgio Ghiringhelli ha rappresentato l’ABT) non è forse partita dall’assunto che vi è un modo di fare banca e di tenere il contatto con il cliente specificatamente legato alla cultura del cliente di lingua italiana? Gli investimenti e le joint ventures di ditte americane in Ticino trovano nel territorio specifici punti di appoggio per la loro localizzazione (infrastrutture, competenze, regole del gioco istituzionali) e per il loro sviluppo competitivo (Marco Netzer)

Personalmente, il convegno alla Pennsylvania University ha rafforzato la voglia  di dedicare al tema dei rapporti tra economia ed identità ulteriori attenzioni, sia in un’ottica svizzero italiana sia in quella della sfida della Svizzera nella era della globalizzazione. Nell’ottocento, ricordiamolo, le necessità dell’economia avevano portato celermente con la Costituzione del ‘48 all’unione doganale e fino agli anni ottanta del secolo scorso la balestra era stato il simbolo dell’economia elvetica. Oggi, se non vogliamo parlare di “tradimento” dell’economia e della finanza, è forse il caso di trovare e valorizzare quegli elementi che anche nel XXI secolo ci permetteranno di vivere una nostra territorialità, definita come capacità di affrontare e di trovare nuovi equilibri di fronte al cambiamento.


Remigio Ratti

La necessità di nuovo poligono al Monte Ceneri

di Oviedo Marzorini, Presidente della Federazione ticinese delle società di tiro

Su cosa si vota il 1. giugno 2008?

Sul credito di 3 milioni di franchi, quale sussidio cantonale per la progettazione e la realizzazione del Poligono di tiro regionale del Monte Ceneri, pari ad un quarto dei costi d’investimento.

Perché un nuovo poligono regionale?

Perchè i Comuni sono legalmente obbligati a mettere a disposizione delle Società di tiro delle strutture confacenti per lo svolgimento del tiro fuori servizio e del tiro sportivo, nell’interesse della difesa nazionale.
Perchè è necessario sostituire gli attuali poligoni di tiro di Lugano-Trevano, Bellinzona-Giubiasco, Cureglia-Origlio - siti in zona urbana e non risanabili - e Rivera-Piazza d’armi (300m) con una nuova struttura centralizzata.
Perchè si tratta di un’opera di interesse generale, da realizzare con urgenza.

Scelta mirata e ponderata

La soluzione presentata agli elettori è scaturita da un inter pianificatorio durato otto anni. Essa è risultata la migliore dopo un esame approfondito (anche in collaborazione con il Municipio di Rivera) di quattro varianti: nuovo poligono di tiro in località Poreggia; stand di tiro coperto, stand di tiro semicoperto e ristrutturazione dello stand di tiro esistente sulla Piazza d’armi del Monte Ceneri.

La miglior scelta economica

Con un preventivo aggiornato e reale di 12 milioni di franchi, uguale al costo della ristrutturazione dello stand di tiro esistente e nettamente inferiore ai 20 milioni di franchi per uno stand di tiro coperto e ai 17 milioni di franchi per uno stand di tiro semicoperto.
Un finanziamento assicurato dal Cantone (3.0 mio franchi), dalla Confederazione (4.0 mio franchi e la messa a disposizione gratuita del terreno), dalla Città di Lugano (2.5 mio di franchi), dalla Città di Bellinzona (0.6 mio di franchi), dal Comune di Giubiasco (0.4 mio di franchi) e dalla Società Civici Carabinieri di Lugano (1.5 mio di franchi). Esenzione dei rimanenti 30 Comuni facenti capo alla nuova infrastruttura dal finanziamento dell’opera.

Opera commissionata alle necessità

Il nuovo poligono ha una dotazione di 32 linee di tiro a 300m e sostituisce i 4 stand di tiro esistenti con un totale di 58 linee di tiro a 300m. Inoltre, sono previste 27 linee di tiro alla pistola (15 a 25m e 12 a 50m), in sostituzione dei 3 stand di tiro esistenti (l'attuale stand del Monte Ceneri attuale dispone di alcuna linea per il tiro alla pistola) con un totale di 42 linee di tiro alla pistola (32 a 50m e 15 a 25 m). Il ridimensionamento di complessivi 41 bersagli è, dunque, consistente.
Undici Società di tiro (con oltre 2000 obbligati al tiro di 33 Comuni, almeno 900 tiratori attivi, oltre 400 tiratori con licenza e più di 80 giovani tiratori) vi debbono svolgere contemporaneamente le loro attività.
Il nuovo poligono è destinato anche agli esercizi di tiro dei militi in servizio sulla piazza d'armi del Monte Ceneri (16 linee di tiro a 300m e 10 per il tiro a 25m).
Le previste 32 linee di tiro a 300m e 27 alle distanze corte sono dunque necessarie e consentono di contenere i tempi e gli orari di tiro.
I contenuti specifici (eventuale estensione delle linee di tiro e la realizzazione di linee di tiro a 100/200m) potranno essere valutati in sede di progetto/esecuzione e secondo le necessità.

Opera rispettosa del ambiente

Il poligono soggiace alle restrittive norme di tutela dell’ambiente (impatti fonici, inquinamento da piombo) che dovranno essere rigorosamente rispettate. Lo stand è posizionato in una zona non residenziale e su un’area militare.

Non vi sono alternative realizzabili

Una soluzione alternativa - compresa la ristrutturazione del poligono esistente - richiederebbe un nuovo iter pianificatorio che ci riporterebbe indietro nel tempo di 8 anni, ciò che è inconciliabile con l’urgenza di realizzare la nuova infrastruttura.
La ristrutturazione del poligono di tiro esistente sulla Piazza d’armi non è un'alternativa perché:
- non è realizzabile in quanto la Confederazione (proprietaria) e le Autorità militari preposte vi si oppongono considerandola incompatibile con le specifiche esigenze delle attività militari;
- il Municipio di Rivera si è opposto a questa soluzione;
- prima di poter trasferire l'attività sull'attuale poligono - ormai vetusto - sarebbe comunque necessaria una sua completa ristrutturazione, compresi il rifacimento del parapalle secondo la nuova normativa federale e l'adozione delle misure di insonorizzazione, nonché la realizzazione delle strutture oggi inesistenti, quali il poligono per il tiro alla pistola, gli spazi amministrativi e di servizio, con un costo uguale alla realizzazione del un poligono nuovo;
-la ristrutturazione dell'attuale poligono non può comunque essere avviata in tempi brevi, dovendosi ricominciare daccapo la procedura pianificatoria.
- una diversa soluzione comporterebbe la perdita dei sussidi della Confederazione e della Società Civici Carabinieri di Lugano, con un maggior costo di 5.5 mio di franchi a carico dei Comuni (ivi compresi quelli ora esentati!).

Valore aggiunto

Con il nuovo poligono regionale si realizzano importanti recuperi ambientali nelle aree urbane (minore impatto fonico) con una riqualifica del valore residenziale delle zone interessate, permettendo altresì l'attuazione importanti progetti urbani d’interesse pubblico a Bellinzona e a Lugano (viabilità, sviluppi strutturali, nuovo quartiere Cornaredo).

Meno rumore, più qualità di vita

Il nuovo poligono di tiro del Monte Ceneri è una struttura cantonale che migliorerà sensibilmente la qualità di vita nelle aree urbane ed a beneficio di oltre 35'000 cittadini. Una struttura che toglierà rumore e rispetterà appieno le leggi cantonali e federali in materia ambientale.

Per tutte queste ragioni e tenuto conto della realtà dei fatti la federazione ticinese delle società di tiro ed il comitato operativo a sostegno invitano a votare SI al credito per la realizzazione del nuovo stand di tiro regionale del Monte Ceneri.
 

Oviedo Marzorini, Presidente Federazione ticinese delle società di tiro

Dopo il 1° giugno, il discorso si allargherà?

di Marco Romano, segretario cantonale PPD

Il dibattito sull’iniziativa fiscale in votazione il prossimo 1° giugno è entrato nella fase finale.

Valutazioni e opinioni divergenti in merito alla reale posta in gioco e alle conseguenze sono parte integrante di numerose prese di posizione. Il Cantone (o quantomeno i cittadini interessati alle vicende dello Stato) sembra diviso.

E’ opportuna una diminuzione della pressione fiscale o la situazione contingente impone il mantenimento dell’odierna fiscalità? Sulle valutazioni personali e politiche aleggiava, fino a settimana scorsa, lo spettro di un aumento delle imposte paventato dal Governo nelle linee direttive. Finalmente, in conferenza stampa, il Governo ha chiarito la propria posizione confermando quanto il PPD chiedeva dal mese di gennaio: le imposte non saranno aumentate a medio termine.

Indipendentemente dall’esito della consultazione popolare, è compito urgente per il Governo presentare proposte concrete su due temi: il contenimento della crescita della spesa pubblica (con la tanto declamata revisione dei compiti dello Stato) e la valutazione dell’evoluzione delle entrate (con la possibilità di rivedere tasse e redditività della sostanza).

La posizione del PPD è chiara ed è implicitamente condivisa da numerose prese di posizione di gruppi d’interesse socio-economici.
Al momento attuale non è necessario agire sulla fiscalità. Dunque un NO deciso all’iniziativa in votazione, ma un NO “preventivo” anche    ad   un   ipotetico    aumento delle imposte. Rincresce che il Governo abbia temporeggiato oltre misura prima di chiarire la propria posizione, confermando la linea tracciata da tempo dal nostro gruppo parlamentare e condivisa da molti cittadini

Oggi non è responsabile promuovere uno sgravio fiscale lineare, si discuta semmai di sgravi mirati nei confronti di categorie oggi penalizzate come ad esempio gli anziani e le persone sole. Gli effetti sulle casse cantonali e soprattutto su quelle comunali sarebbero troppo pesanti con il serio pericolo di bloccare sul nascere importanti iniziative atte ad affrontare problematiche urgenti per il Ticino. Sicurezza, gestione e pianificazione del territorio, rilancio delle zone periferiche e politiche a favore del ceto medio sono priorità assolute per il nostro Cantone: ritardi dovuti a risorse finanziarie insufficienti non sono tollerabili, ma soprattutto manifestano mancanza di responsabilità nei confronti del cittadino e delle generazioni future.

E’ dunque più che mai fondamentale superare l’ostacolo “iniziativa” - respingendola - per poi dare finalmente il via a una seria ed effettiva analisi dello Stato. Si dimentichino gli aumenti di imposta e si affronti concretamente la tematica della riorganizzazione dell’Amministrazione pubblica. Si tratta di “aggiornare” la macchina Stato portandola ad affrontare i prossimi difficili anni con le risorse necessarie per affrontare tutte le sfide, soprattutto quelle nuove. Vi sono settori e competenze con margini di risparmio e con possibilità di partecipazione attiva del privato, permettendo di ottimizzare il servizio. Altri compiti, di prioritaria importanza negli scorsi decenni, sono certamente oggi potenziale fonte di risparmi liberando risorse per nuove necessità. La discussione è importante e l’auspicio è di poterla affrontare il prossimo mese di giugno - una volta respinta l’iniziativa fiscale - con la volontà di sospendere il discorso “entrate”, lavorando seriamente sul contenimento della spesa pubblica.

 

No all’iniziativa dell’UDC “Per naturalizzazioni democratiche”

di Chiara Simoneschi-Cortesi, Consigliera nazionale

L’iniziativa popolare è stata lanciata in seguito a due decisioni del Tribunale federale del 9 luglio 2003.
Nel primo caso, il Tribunale federale aveva annullato in quanto discriminatoria una decisione presa da un comune lucernese (Emmen) in materia di naturalizzazione.
Nel secondo caso aveva confermato l’invalidazione di un’iniziativa presentata a Zurigo che voleva sottoporre le domande di naturalizzazione al voto popolare.

Secondo la Costituzione federale, in caso di rifiuto della naturalizzazione il richiedente ha diritto di conoscere i motivi di tale decisione.
Tale diritto non è garantito dalle naturalizzazioni decise tramite votazione popolare, questo modo di procedere è quindi incostituzionale.
In seguito, i cantoni interessati hanno sostituito le naturalizzazioni alle urne con altre procedure, segnatamente con le decisioni di assemblee comunali, parlamenti, autorità esecutive o commissioni di naturalizzazione.

Anche prima di queste decisioni del Tribunale federale, il numero di naturalizzazioni decise con il voto popolare era già molto modesto rispetto al numero totale di naturalizzazioni (meno del 5%).

Contenuto dell’iniziativa popolare

L’iniziativa popolare ha l’obiettivo di modificare l’ordinamento vigente delle competenze e di ritornare alla situazione “quo ante” la decisione del TF; essa formula le seguenti richieste:

- i comuni devono poter decidere autonomamente quale organo è autorizzato a concedere la cittadinanza comunale;
- la decisione sulla naturalizzazione pronunciata da tale organo è definitiva, ovvero non sottostà a verifica da parte di un’altra autorità.
Di fatto l’iniziativa vuole che le naturalizzazioni vengano decise con voto popolare - come lo era per pochi comuni della Svizzera tedesca prima del 2003 - e che tali decisioni siano definitive. Queste due richieste violano a più riprese le Costituzioni, sia federale che cantonali.
Gli argomenti per dire NO sono molti e di svariata natura.

Per prima cosa va detto che l’iniziativa non solo non migliora la pratica odierna delle naturalizzazioni, bensì va piuttosto ed eliminare una prassi che nei vari cantoni funziona molto bene.

Paradossalmente l’iniziativa, oltre a violare parecchi articoli della Costituzione, peggiora l’accertamento e non fornisce alcuna garanzia che il candidato adempia le condizioni poste per l’ottenimento del passaporto rossocrociato, in particolare la sua buona integrazione in Svizzera.

Orbene è proprio questo l’ aspetto fondamentale che va approfondito durante il procedimento di naturalizzazione: e chi lo può fare meglio? Proprio quelle commissioni specializzate dell’esecutivo e del legislativo che tutti i comuni hanno istituito nel tempo, sia prima che dopo la sentenza del TF.

Come funziona la prassi in Svizzera e in Ticino. Come si diventa Svizzeri?

La procedura di naturalizzazione comporta tre livelli.
La nazionalità svizzera può essere acquisita solo se il cantone ed il comune di domicilio lo decidono. Occorre, inoltre, disporre di un’autorizzazione della Confederazione che di norma è rilasciata soltanto se il richiedente risiede in Svizzera da almeno 12 anni, si è integrato nella comunità e si è familiarizzato con il modo di vita, gli usi e costumi del nostro Paese. Si esige inoltre che il candidato si conformi all’ordinamento giuridico svizzero e non comprometta la sicurezza interna o esterna della Svizzera.

Le condizioni per ottenere il passaporto svizzero sono dunque da sempre ardue e severe. Non per niente la Svizzera è il Paese europeo che conosce un tasso basso di naturalizzazioni: solo il 3,1% delle persone di nazionalità straniera ottiene la nazionalità elvetica.

Il numero di naturalizzati si è stabilizzato attorno alle 45’000 persone all’anno, con tenenza alla diminuzione, soprattutto dopo l’entrata in vigore dei bilaterali e della libera circolazione per tutti i cittadini dell’EU. Non si può dunque parlare di naturalizzazioni di massa!

In Ticino, la procedura di naturalizzazione è regolamentata in modo soddisfacente dalla relativa legge cantonale; si tratta di una prassi consolidata e seria che garantisce da sempre l’equità di trattamento e salvaguardia il rispetto della Costituzione, delle leggi e delle procedure a tutti i livelli.
La procedura ticinese prevede che per diventare cittadini svizzeri bisogna risiedere nel nostro Paese da almeno 12 anni, avere il domicilio per 3 anni consecutivi nello stesso comune, godere di un’eccellente reputazione e sottoporsi a diversi incontri con le autorità dei vari livelli istituzionali, che valutano il grado d’integrazione della/del candidata/o alla cittadinanza.

Nella maggioranza dei comuni ticinesi, le Commissioni delle petizioni dei legislativi comunali, oltre alle condizioni di vita, verificano il livello d’integrazione e le conoscenze linguistiche delle/dei candidate/i. Valutano pure se le/i candidate/i condividono i valori svizzeri della democrazia e dello stato di diritto. Se uno di questi criteri non è rispettato, la domanda di naturalizzazione può essere respinta, ma questo rifiuto viene sempre motivato.

Volendo reintrodurre il voto popolare sulle naturalizzazioni e negando il diritto di ricorso, l'iniziativa UDC viola due volte la Costituzione: infatti essa prevede che le persone abbiano:

• il diritto di essere sentite e che in caso di rifiuto della naturalizzazione il richiedente abbia
• il diritto di conoscere i motivi di tale decisione.

Tali diritti non sono garantiti dalle naturalizzazioni decise tramite votazione popolare.

Questa iniziativa è infine contraria al federalismo: tale proposta rappresenta infatti un’ingerenza federale nella sovranità dei cantoni, poiché l’iniziativa lascerebbe ai comuni la facoltà di regolarsi come meglio credono in questo settore, scavalcando le disposizioni cantonali in materia. Una tale prassi, per forza di cose, elimiberebbe gli sforzi dei cantoni ad avere procedure uguali in tutti i comuni ( parità di trattamento) e di fatto rischierebbe di creare un nuovo fenomeno (“il turismo delle naturalizzazioni”), rendendo questo settore una vera e propria giungla procedurale.

Posizione del Consiglio federale e del Parlamento

Consiglio federale e Parlamento respingono l’iniziativa. Le procedure di naturalizzazione devono rispettare i principi dello Stato di diritto e non possono essere discriminatorie o arbitrarie.
Il Consiglio federale e il Parlamento approvano il controprogetto indiretto adottato dalle Camere federali nel dicembre 2007.
Il controprogetto prevede che le assemblee comunali possono continuare a decidere sulle naturalizzazioni.
Le domande respinte devono tuttavia essere motivate prima del voto e non devono essere discriminatorie.

Dicendo NO a questa iniziativa, desideriamo continuare con la nostra prassi; chiediamo che la procedura di naturalizzazione rimanga seria, giusta, democratica e rispettosa delle persone e dei loro diritti, come pure delle leggi cantonali e federali.


 

Meno immunità e maggiore apertura

intervento di commiato della presidente del Gran Consiglio Monica Duca Widmer

Si è chiuso lunedì l’anno di presidenza del Gran Consiglio ticinese di Monica Duca Widmer, che ha riguadagnato il suo posto tra i ranghi del Gruppo PPD in parlamento. Fedele al suo stile, nel discorso di commiato la già presidente del Gran Consiglio si è tolta qualche sassolino. Riprendiamo di seguito i passaggi più significativi del suo intervento.

“Un parlamento per essere efficace e credibile deve innanzitutto poter godere del rispetto dei cittadine e delle cittadine ed il rispetto lo si acquisisce solo agendo in modo corretto. (…) Numerosi sono stati purtroppo i casi di violazione del segreto d’ufficio partiti anche dal parlamento: dalle tassazioni controverse, ai segreti bancari, ai verbali della Magistratura, alle indiscrezioni provenienti da una Commissione parlamentare d'inchiesta, alla pubblicazione del verbale della commissione delle petizioni, ai nomi dei candidati a concorsi pubblici: fatti gravi che infrangono palesemente la legge e vanno combattuti con tutti i mezzi.

Infrazioni registrate anche a - chiamiamoli - livelli molto più bassi: avete ricevuto ad esempio con la convocazione anche una pubblicazione dei liberi pensatori, che qualcuno è riuscito ad infilare tra la spedizione degli atti ufficiali, usando la buona fede di qualche funzionario ignaro delle disposizioni in merito, invece ben note ai parlamentari che sono tenuti ad osservarle.
(…) In Ticino l’immunità non si limita alla sola responsabilità penale dei deputati, ma si estende anche a quella civile. Il messaggio governativo sulla precedente legge sul Gran Consiglio prevedeva l’introduzione dell’immunità relativa -conosciuta in molti cantoni e a livello federale - ma è stata respinta dal parlamento che aveva scelto l’immunità totale.

Visti i tempi invece credo che oggi il tema sia più che d’attualità e ritengo importante che il Gran Consiglio possa poter avere l'autorizzazione a procedere nei casi di ingiuria o calunnia verso terzi. Dopo questa mia esperienza di presidente preannuncio che riproporrò l’immunità relativa anche per il nostro Cantone e lo farò  con un’iniziativa parlamentare per impedire che la calunnia diventi mezzo usuale per far politica e che venga amplificata dai media per fare notizia. Ritengo prioritario potersi di nuovo esprimere liberamente, costruire su dei progetti senza essere ricattati e calunniati quando gli stessi non piacciono a chi la pensa diversamente.

La Confederazione è chiamata ad adeguarsi continuamente ai rapidi cambiamenti mondiali: la globalizzazione economica, il processo di unificazione europea, l'accelerazione degli scambi, della comunicazione e della mobilità delle persone e molti adeguamenti toccano direttamente le competenze dei cantoni, che godono per ora ancora di ampia autonomia in diversi settori fondamentali, quali la promozione economica, la fiscalità, la pianificazione del territorio, l'educazione, la sanità o l'apparato di giustizia e polizia.

Ma il federalismo per sopravvivere dovrà essere adeguato alle nuove sfide e non poche competenze dovranno venir delegate alla Confederazione, affinché la Svizzera possa esprimersi con una sola voce nei confronti dell'UE e del resto del mondo.

Il ruolo dei parlamenti cantonali è quindi condannato a diventare sempre meno incisivo: le decisioni su molti dei  temi importanti - quelli che segnano il nostro futuro - vengono già presi oggi dai governi tramite accordi intercantonali, siglati dagli esecutivi cantonali.

(…) Per ora il Ticino è sempre riuscito a far valere la propria situazione particolare (il Sonderfall), linguistica e geografica, ma gli avvenimenti degli ultimi mesi - vedasi Officine delle FFS - mostrano come in questo processo di modifica del federalismo il vento possa spirare d’un tratto in tutt’altra direzione e se non saremo in grado di uscire con una voce compatta - GC e CdS e cantone tutto - potremo solo perdere.

In questo senso il problema con la Cargo SA e la presa di coscienza di cosa significhi cambiare i parametri della politica regionale, sembrano averci risvegliati dalle nostre beghe interne e spero che non sia solo un fuoco di paglia e che questa compattezza, al di là dei partiti e dei ceti sociale, possa contrassegnare anche l’azione politica intera di questo parlamento e di questo Consiglio di Stato.

I rapporti con il Consiglio di Stato tramite anche la preziosa collaborazione con il cancelliere Giampiero Gianella - che ringrazio - sono stati improntati da correttezza e rispetto, salvo forse - e non lo posso dimenticare - lo sgarbo nella presentazione delle linee direttive fatto prima alla stampa che non al nostro Gran Consiglio.

Probabilmente questa armonia è dovuta anche al fatto che i fuochi d’artificio non sono ancora iniziati: attendiamo con sempre più impazienza il messaggio sul credito quadro in base alla nuova politica regionale, come pure le misure di risanamento delle finanze cantonali e ho buoni motivi per credere che il rallentamento congiunturale prospettato per il 2008 - a causa  della crisi del settore bancario - unitamente allo spettro di  nuovi sgravi fiscali generalizzati proposti da un’iniziativa popolare possano agitare le acque nei prossimi mesi.

Voglio concludere con una riflessione ambiziosa su Noi e il resto del mondo e lo faccio parafrasando Paul Valery che all’inizio del secolo scorso si chiedeva: «L'Europa diventerà quello che in realtà è, cioè un piccolo promontorio del continente asiatico». Chiediamoci se il Ticino saprà ma specialmente vorrà diventare quello che in realtà è, «un piccolo territorio nella regione Insubrica». E lo chiedo dopo aver visitato in forma ufficiale i cantoni di Sciaffusa, Ginevra, Basilea, cantoni di frontiera - come il nostro - che dei bilaterali hanno voluto e saputo farne un’opportunità e dove anche i parlamenti cantonali in modo attivo hanno contatti ufficiali e proficui oltre frontiera, cosa che da noi non capita.

Anche la legge federale sulla nuova politica regionale cerca di creare una suddivisione del territorio diversa, fatta con criteri economici, sociali e geografici e non di confini politici.

Sfogliando i numerosissimi atti parlamentari ci si rende invece conto di quanto chinata su e stessa sia ancora la visione del nostro parlamento - occupata anche in maniera eccessiva per un parlamento di milizia - su temi di sicuro importanti ma non prioritari.

L’auspicio è quindi che questo parlamento e l’intero cantone possano cogliere le invitabili aperture non come un castigo, ma le leggano come un’opportunità unica per due territori confinanti, di collaborare tra loro e rafforzare la reciproca integrazione, quale carta vincente per rispondere alle difficoltà che derivano da un mercato sempre più aperto, dinamico, imprevedibile.”

Dalle Officine al Primo Maggio nel segno della continuità!

di Meinrado Robbiani, Consigliere Nazionale e Segretario OCST

 

 
Non poteva essere altrimenti. Il sostegno corale alla lotta in difesa delle Officine di Bellinzona si è prolungato in un Primo Maggio unitario di tutte le forze sindacali.

E’ stato perciò un Primo Maggio che ha attinto abbondantemente all’agitazione delle Officine. Questa mobilitazione offre d’altronde molteplici agganci per riaffermare, scongiurando il pericolo di cadere in enunciazioni declamatorie, la centralità insostituibile del lavoro.

Lavoro che dà senso: quando è minacciato non sono messe a soqquadro solo l’occupazione e l’accesso ad un posto di lavoro.
Vengono mosse corde più profonde, che concorrono a dare armonia all’esistenza della persona.

Lavoro che unisce: il lavoro plasma comunità lavorative che si diramano anche all’esterno delle aziende, irrorando di relazioni preziose il tessuto sociale circostante.

Lavoro che vivifica: si intreccia spontaneamente e generosamente con il valore della solidarietà, diventandone un veicolo primario.
Contribuisce in tal modo a cementare i legami tra le persone e a dare radici tenaci al vivere insieme.Lavoro che fa storia: incorpora l’apporto delle generazioni del passato e si proietta verso le generazioni del futuro, alla cui prosperità guarda con attenzione e sollecitudine. E’ questa multiforme e prorompente ricchezza del lavoro ad avere conferito vigore e persistenza alla mobilitazione per le Officine. Non sarebbe altrimenti pensabile l’entrata in campo della popolazione  stessa  a  sostegno  delle Officine. La condivisione della lotta dei dipendenti si sarebbe dissolta nel giro di pochi giorni se il lavoro non fosse un patrimonio tanto cruciale per la singola persona e per la collettività intera.

Quanto si è perciò distanti, alla luce dell'immutata centralità del lavoro, da un'economia che tende invece a cercare solo in se stessa la ragione e la finalità del suo agire.

Quanto si è pure lontani da un'economia, che ha ceduto ampiamente alla tentazione di appiattirsi sull'immediato. La degenerazione finanziaria e speculativa, che ci è evidenziata anche dall'attualità, ne è una manifestazione emblematica. Quanto è parimenti remota l'economia odierna, che ha emarginato il lavoro per privilegiare una perversa intesa tra manager e azionisti nella ricerca di rendimenti rapidi più che nella costruzione di solidità a lungo termine.

Un'economia generatrice di sviluppo autentico e duraturo non può al contrario che essere un'economia imperniata saldamente sul lavoro e capace di trarre da questa miniera le ricchezze e potenzialità che racchiude; in sintesi, un'economia del lavoro.

Avendo portato alla ribalta il valore cruciale del lavoro nelle sue variegate sfaccettature in contrapposizione alle tendenze asfissianti e devianti dell'economia, la mobilitazione attorno alle Officine ha contribuito perciò a conferire al Primo Maggio una intatta e feconda attualità, che si riverbera e vale per l'intero mondo del lavoro.


Meinrado Robbiani

consigliere nazionale
e segretario OCST

12.04.2008

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